Recensioni

Il metal ha ancora bisogno dei Rammstein

Sono passati dieci anni dall’ultimo album in studio dei Rammstein e, nel frattempo, la band industrial metal famosa world wide ha rilasciato un paio di raccolte live. Quello che ci ritroviamo ora tra le mani è un album senza nome in copertina, dove c’è un solo grande fiammifero ancora non acceso, come se fosse l’ultima cosa che servisse per far scoppiare qualche bomba. I Rammstein, capitanati dall’imponente Till Lindemann, avevano annunciato nei mesi scorsi l’uscita del nuovo disco, facendo venire l’acquolina in bocca ai fan di vecchia data. Giusto a quelli. Sì, perché qui si parla di una band che o la ami o la odi, come del resto tutte le band dirette come loro. I Rammstein fanno quel genere al quale è quasi impossibile avvicinarsi. I requisiti sarebbero almeno amare il metal e sapere un po’ di tedesco.

Ma questo è opinabile, d’altronde la musica è un linguaggio globale che trascende le lingue e di metal in questo album ce ne è come c’è anche una bella carrellata di techno, da bravi tanz metaller quali sono. Il brano di apertura è la monumentale Deutschland, un brano dance anni ottanta che si tramuta subito in un carro armato metal che procede incessante e martellante, il tutto ovviamente dominato dalla voce altisonante di Lindemann. Tra i pezzi che destano di più le orecchie c’è sicuramente Radio, che tra gli elevatissimi BPM e i loop di sintetizzatori può essere etichettata come una traccia dance. Zeig Dich strizza invece l’occhio all’industrial, con riff molto distorti e una batteria più umana.

Tra i protagonisti del disco c’è Sex, tanto per rimandare all’immaginario pornografico unfiltered che la band ha sempre mantenuto, tra una critica e l’altra. Tattoo, la penultima traccia, è di sicuro la più metal, la più tedesca, la più Rammstein. È il brano che riporta la band indietro nel tempo, ai tempi del grande Reise Reise. Ma non era certo l’intento di questo nuovo album no name quello di portare una ventata di aria fresca. In Rammstein c’è tutto quello che li ha portati nell’Olimpo, tra accuse di violenza, apologia e ideologie naziste. Volente o nolente, il disco è un buon disco. Ci ha messo dieci anni a prendere vita sì, ma è il disco che ribadisce a tutti chi sono i Rammstein e da dove vengono.

Stefano Locchi
Autore

Nato nel decennio sbagliato ma comunque ventitré anni fa, a Stefano piace suonare, scrivere e fare qualsiasi cosa possa entrare in uno scaffale. Da grande vuole avere a casa un grande scaffale dei ricordi, oppure suonare la chitarra sopra il prossimo muro di Berlino.