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Stephen King: «“Stranger Things” è entertainment con le palle»

Esistono dei fenomeni inspiegabili nel mondo dell’intrattenimento, questo si sa. Arancia meccanica di Kubrick fu accolto come “merda” dalla critica, La dolce vita di Fellini idem. Oggi sono univocamente la crème del linguaggio filmico moderno. Tuttavia esistono pellicole – in questo caso è più opportuno chiamarle addirittura prodotti – che fanno bingo “qui e ora”. È certamente il caso di Stranger Things, un capolavoro che funziona ed è attuale pur essendo per mood e sapore un evidente tributo al ventennio 80’s – 90’s. E non è questione di felpe vintage dell’Adidas o della Fila ricomparse improvvisazione negli store di mezzo mondo, fidatevi, Stranger Things avrebbero funzionato anche vent’anni fa.

Perché è certo che la stragrande maggioranza degli iscritti ai fan club della serie rivelazione di casa Netflix potrebbero essere addirittura under dodici e non avrebbero di certo (per via dei dati anagrafici, per carità) un bagaglio culturale sci-fi/horror così vasto da poter cogliere tutte le preziose citazioni disseminate nelle venticinque puntate di Stranger Things. Probabilmente alcuni di loro non sanno cosa siano Firestarter, E.T., Alien, Incontri ravvicinati del terzo tipo, I Goonies e addirittura L’Esorcista, che sono solo alcuni dei richiami proposti nelle puntate.

Eppure il prodotto funziona anche su di loro, e tanto. Se poi a confermarlo è un certo Stephen King – il re (appunto) del genere horror dattiloscritto – allora non possiamo che convenire del fatto che quella scintilla che credevamo fosse partita dentro di noi, è divampata un po’ in tutti, grandi e piccini, infiammando anche l’Europa. E non cadete nel luogo comune più populista e becero del «siamo esterofili, qualsiasi cosa abbia stelle e strisce, a noi piace», perché tante serie TV cult negli States hanno floppato o addirittura non hanno superato la controversa traversata oceanica.

Ma tornando a King; possiamo asserire senza troppo indugio che non sia affatto un leccaculo. Quel tweet non è certo, passatemi il termine, una marchetta, statene certi. Quando quarant’anni fa usciva il suo Shining e qualche tempo dopo un certo Stanley Kubrick ne cambiava i connotati per far salire la pressione a mr. King, quest’ultimo non stava certo lì a guardare, anzi. Quindi mi sento abbastanza sicuro nel dire che, se avesse voluto, il buon Stephen avrebbe di certo gettato fango e maldicenze su Stranger Things ed i suoi registi Matt e Ross Duffer.

E proprio perché lui di peli sulla lingua proprio non ne ha, fa seguire un secondo tweet a quello in cui parlava di «intrattenimento con le palle», dicendo: «Siete liberi di non essere d’accordo ma… avreste torto». Alla faccia della modestia, mi verrebbe da dire. Ma cavolo: lui è Stephen King! Ad ogni modo, lo scrittore di Portland, ha tutte le ragioni del mondo. La spiegazione dunque che si può dare al successo (meritato) di Stranger Things è tutt’altro che scontata: i mostri e i bambini sono una cosa seria, altroché! Perché è vero che qui si parla di biciclette, balli della scuola e di demo gorgoni (ma soprattutto di demo-cani, «che fanno molto più paura»), ma lo si fa affrontando tematiche tutt’altro che frivole. L’intenzione chiaramente non è quella di spaventare, ma al massimo di strabiliare un pubblico quanto più eterogeneo possibile. Abbasso Piccoli Brividi, dunque. Viva Stranger Things.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.