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Iggy Pop non ha intenzione di invecchiare

Che cos’è la libertà? In tanti se lo sono chiesti: filosofi, scrittori, poeti, pittori, artisti di ogni tempo. Richard Bach, aviatore e scrittore statunitense, autore del fortunato romanzo Il gabbiano Jonathan Livingstone, sosteneva come ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti. É forse questa la definizione che meglio illustra l’uomo, la personalità, il carattere di Iggy Pop. E la libertà è il fulcro intorno a cui gira tutto il suo ultimo lavoro, Free, per l’appunto, concepito assieme al trombettista jazz Leron Thomas e alla chitarrista e scultrice sonora Noveller (al secolo Sarah Lipstate). A distanza di tre anni da quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro, Post Pop Depression – prodotto da Josh Homme dei Queens Of The Stone Age – l’iguana del rock torna con un disco che gli è capitato per le mani dove, secondo le sue affermazioni, «altri artisti parlano per me, ma io presto la mia voce».

Come avvenuto già per Avenue B del 1999 e Aprés del 2012, Iggy ri-tenta la carta della sorpresa. Chitarre poche, quanto basta, niente riff, niente di tutto ciò, anzi. Il disco sembra immergersi, in larga parte, in atmosfere jazz, soft, a tratti ambient. E sì, diciamocelo subito e senza vergogna, il mood è esattamente quello di Blackstar, canto del cigno del Maestro David Bowie. “I wanna be free”, canta, o meglio, recita Iggy nella title track dal suono morbido e vellutato. Quanto segue è una continua, piacevole e fortunata oscillazione tra più stili e tematiche. Si va da Loves Missing, un magma sonoro che, paradossalmente, si pone in continuità con le atmosfere di Post Pop Depression al croonerismo jazz di Page, passando per l’ipnotismo noir di James Bond fino ai fiati, stile mariachi, di Dirty Sanchez. Nel mezzo il vero capolavoro dell’album, Sonali: un jazz uptempo intenso. Glow In The Dark è, invece macabra e raccapricciante, costruita su un tessuto di synth, chitarre e tromba finale, in pompa magna, pronta ad allucinare e turbare l’ascoltatore.

Infine, chiudono l’album, tre spoken word: We Are The People che altro non è che un vecchio testo inedito di Lou Reed donato a Iggy da Laurie Anderson, Do Not Go Gentle Into The Good Night del poeta gallese Dylan Thomas e la spettrale e ambient The Dawn. In definitiva, Free è un disco seducente, affascinante. É fuori dagli schemi che ci saremmo aspettati da Mr. Osterberg. Ma la libertà è proprio questa; è fare ciò che si vuole quando si vuole. Ed è proprio qui il punto, la chiave di lettura per comprendere il disco ma soprattutto il nuovo Iggy, l’iguana che muta la propria pelle. A settantadue anni sarebbe stato semplice salire sul palco, ancora una volta, a torso nudo e riproporre i grandi classici degli Stooges o del periodo berlinese. Invece no, e la grandezza di Iggy sta proprio qui; non è stato – e mai sarà – Bowie, ma la sua capacità di riciclarsi, trasformarsi e continuare a stupire lo rendono, ancora oggi, un mostro sacro della musica contemporanea.