Interviste musica

Giovanni Allevi: «La trap è riuscita a bypassare i talent»

Nella gelida Vienna di fine settecento, molto prima che il rock & roll imperversasse con le sue chitarre distorte e che un ragazzo col caschetto di nome Ringo inventasse un modo nuovo di tenere il tempo, un certo Wolfgang Amadeus Mozart era quanto di più assimilabile a quel che oggi definiamo star. La musica si scriveva sugli spartiti, con una piuma imbevuta dell’inchiostro del calamaio, e molto spesso su commissione. Ovviamente al pianoforte. Quando lo incontro, Giovanni Allevi è appena tornato da una tournée in Giappone. Ha dei guanti scuri di quelli che lasciano le dita scoperte e ha appena eseguito due brani tratti dal suo nuovo album, Hope. I suoi iconici capelli incasinati sono nerissimi, tutti lì come sempre, al proprio posto. Lui i suoi pentagrammi li riempie a penna, ma dà l’impressione di essere un predestinato d’altri tempi, come Mozart.

Non scrive su commissione, ma non solo perché questo genere di cose non esiste più, Allevi è più che altro uno di quelli che scrive per necessità, uno che lo farebbe lo stesso anche se non ci fossero migliaia di persone a seguirlo in tutto il mondo, anzi lo farebbe più serenamente: «Non riesco ancora ad abituarmi: sono quindici anni che sto sotto i riflettori e circa trenta che porto la mia musica in giro per il mondo», mi spiega. «Ho incontrato una signora al supermercato e mi ha chiesto come stia vivendo questo momento. Le ho risposto che ho una paura tremenda e che il mio mestiere è scappare dalle telecamere. Mi ha detto che è bellissimo che io sia così, che è giusto che non respinga la mia indole. Mi ha molto rasserenato sentirlo».

Allevi ha da sempre cercato di portare la musica sinfonica al grande pubblico, ma forse oggi non è più il suo obiettivo primario: «Voglio comporre melodie in grado di farmi stare bene. Io cerco di toccare quelle corde che mi fanno restare in piedi fino a tarda notte e mi fanno alzare dal letto con la voglia di andare al pianoforte. Le tantissime persone che mi seguono e il successo sono un fantastico contorno, ma pur sempre un contorno. Nulla di tutto questo era previsto o in qualche modo prospettabile. La musica è il fine ultimo, delle conseguenze non mi preoccupo. Art for art’s sake, potremmo sintetizzare, citando Oscar Wilde. E Giovanni Allevi è senz’altro uno di quelli che ha costruito la propria vita come una grande opera d’arte. Eppure è capitato molto spesso di ricevere critiche dai puristi della classica: «Sono le cicatrici di guerra che mostro con più orgoglio», mi confessa. «Dicevano di me che sarei scomparso insieme alla mia musica, fortunatamente sono ancora qua. Ma vivo serenamente tutto ciò e la considero acqua passata».

È difficile credergli, soprattutto perché da vicino la sua proverbiale sensibilità è quasi folgorante; i gesti, le espressioni, la mimica facciale. Eppure quando gli dico che sulla sua pagina di Wikipedia c’è una sezione dedicata proprio alle critiche alla sua musica, inizia a ridere con una leggerezza totalizzante che mi spiazza e mi convince definitivamente: Allevi ha realmente fatto pace col suo passato. «Il tempo è stato mio alleato», mi dice. E in effetti è proprio il tempo quel minimo comun denominatore in grado di connettere la musica alleviana al suo personaggio. In Giovanni c’è un forte contrasto tra anacronismo e modernità, tra stasi e moto. La parola chiave probabilmente è trasversalità: «Qualche mese fa mi sono preso dei giorni per ascoltare quanta più musica trap possibile», mi confessa.

«Non mi interessano i numeri, i click, le views. Volevo buttarmi a capofitto in questo genere musicale attraversando tutti gli strati. La musica trap è riuscita nel clamoroso intento di bypassare i talent show. Oggi la trap è un vettore che porta la musica dal web direttamente ai ragazzi, è il più grande atto di spontaneità, specie nel linguaggio e nell’iperrealismo delle tematiche affrontate. Oggi sarebbe ipocrita non prendere atto di come soldi, droghe e vestiti siano parte del disincanto dei giovani nei confronti della società. I trapper sono abilissimi nel raccontare il nostro tempo e gli faccio i complimenti per questo, tuttavia mi accodo alla visione del mondo che questi ragazzi offrono per suggerirne un’altra: dobbiamo avere il coraggio e la tenacia di riscoprire dentro di noi la purezza dei bambini e la sensibilità del mondo femminile». Non c’è quindi da escludere in futuro una collaborazione con Sfera Ebbasta o Achille Lauro. «Ci sarà una sorpresa. Molto presto», mi dice.

Quando parli con Allevi non senti il peso o la responsabilità nell’utilizzare lo stesso registro di elogi e aggettivi: «Ben vengano le sperimentazioni, le contaminazioni – continua – Questo è l’inizio di un momento fertile per l’arte. Nell’apparente desolazione e nel tormento l’anima riesce ad accendere una scintilla e a cercare una luce». Allevi quando parla di musica, vede uno scenario aperto, totale, senza barriere. Insomma è un po’ il De Boer dei tasti bianchi e neri, ma mi confessa che più che l’Olanda, è l’Oriente che lo chiama da sempre. È lì che vede il suo futuro: «La cultura orientale è una sfumatura, è piena di luci che si mescolano con le ombre. Qui in Occidente è tutto sotto i riflettori, o bianco o nero. Una fan giapponese mi ha detto che la luna è bella quando è appena velata. In questa immagine trovo un fascino sublime. Ti direi che probabilmente in un’altra vita sono stato giapponese».

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.