Recensioni

I Coldplay hanno appeso l’elettronica al chiodo. Per fortuna

Era stato lo stesso Chris Martin ad avvertirci che il nuovo lavoro in studio sarebbe suonato più sperimentale, meno pop, meno colorato, meno Coldplay insomma. Difatti Everyday Life – a parte poche, pochissime eccezioni – ha un suono differente, eterogeno: niente più elettronica ma solo pianoforte, archi e chitarra acustica in primo piano. State pensando ad un ritorno alle origini? A Parachutes? No, non è così. Prendiamo Sunrise, la traccia che apre il primo dei due dischi (sì, Everyday Life è un doppio album): è pura sinfonia, con quegli archi malinconici ma così meditativi che sembra davvero di trovarci di fronte al sole nascente. Church, sotto certi aspetti, potrebbe sembrare un richiamo agli ultimi lavori precedenti, a Mylo Xyloto e a Head Full Of Dreams per intenderci, ma quel melodioso canto arabo in coda al brano avverte che siamo su altri lidi, che i Coldplay vogliono comunicare qualcosa. Un qualcosa che forse non era stato mai detto prima.

Durante una recente intervista Martin ha dichiarato: «C’è così tanta vita che esplode sul pianeta. L’album è la nostra reazione alla negatività percepita che è ovunque. Ci sono molti problemi, ma c’è anche tanta positività e tanta vita fantastica. Quindi, in un certo senso, sta solo cercando di dare un senso alle cose, dicendo ciò che sentiamo e ciò che vediamo». E con Trouble In Town l’album procede proprio in questo senso; l’intero brano parla di come i non bianchi vengono trattati nei paesi occidentali e il campionamento alla fine del brano riporta proprio un audio in cui un poliziotto brutalizza un non bianco. BrokEn, il brano dedicato a Brian Eno, è invece puro gospel. Poi c’è Daddy, il momento più emozionante dell’album: piano e voce per raccontare la difficile e negligente relazione di un padre allontanatosi dal figlio e della speranza, di quest’ultimo, di rivederlo. Arabesque, che vede tra l’altro la partecipazione di Stromae e Femi Kuti, è un concetto più che un semplice brano: la musica unisce tutti (“Music is the weapon of the future”, canta Chris Martin) e anche strutturalmente il brano sembra voler unire in un tutt’uno stilemi occidentali con ritmi mediorientali (splendido l’assolo di sax).

Sunset, il secondo disco, si apre con la frenetica Guns, una critica poco velata all’amore tutto americano per le armi. Orphans è il brano che più si avvicina agli ultimi Coldplay, quelli colorati e spensierati, tuttavia questa volta il messaggio è tutt’altro che leggero e disteso: il brano affronta il tema spinoso della guerra civile siriana, in particolar modo l’attentato di Damasco dello scorso anno attraverso la storia di Rosaleem e del suo Baba. Son Of Adam è una canzone ispirata all’omonimo poema persiano di Saadi Shirazi. La bonaria Champion Of The World – ispirata dalla canzone Los Angeles Be Kind – è un tributo a Scott Hutchinson, uccisosi nel maggio scorso a soli trentasette anni dopo aver combattuto con depressione e ansia. A chiudere Everyday Life, una ballad che, in definitiva, sintetizza i temi dell’album: amore, uguaglianza, dolore, lotte, eredità, umanità, speranza e vita quotidiana. Perché ognuno di noi è diverso, ma facciamo tutti parte della stessa grande famiglia. Insomma, Everyday Life, se vogliamo, è un disco politico ma di rara bellezza. È un caleidoscopio di suoni, di sensazioni, di emozioni. Si ha la sensazione di essere tutti collegati, come se ogni vita su questo pianeta fosse strettamente legata, con un sottile filo, a quella di qualcun altro in un remoto, sperduto posto del pianeta Terra. Un disco spirituale ma che sa essere anche eclettico. Ed è sensazionale.

Antonello Dascanio
Autore

Sono nato, a mia insaputa, nella città dei Sassi dove mi sono laureato in Beni Culturali. Amo la musica (ne sono ossessionato), lo sport e lo studio. Sono un Gallagheriano e Milanista doc e suono persino la chitarra (anche se ho imparato a farlo alla tenera età di diciannove anni). Sogno di diventare quello che nella realtà non sono: un filosofo e una rockstar. Il resto non me lo ricordo...