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46 anni dopo “Quadrophenia”, gli Who funzionano ancora

«Roger e io siamo entrambi uomini anziani, quindi ho cercato di stare lontano dal romanticismo e dalla nostalgia, se possibile. Non volevo far sentire nessuno a disagio. I ricordi sono ok ma le canzoni fanno riferimento allo stato esplosivo delle cose di oggi. Si tratta di brani scritti l’anno scorso, con sole due eccezioni. Non c’è tema, nessun concetto, nessuna storia, soltanto un insieme di canzoni che io e mio fratello Simon abbiamo scritto per dare a Roger Daltrey qualche ispirazione, sfide e portata per la sua voce di canto recentemente rianimata». Partiamo da qui. Cos’hanno da dire due superstiti del rock, a distanza di 54 anni dal loro esordio? Sostanzialmente nulla che non sia stato già detto. Eppure negli undici brani che compongono WHO – quattordici nella versione deluxe – emerge, chiara, una certa urgenza espressiva che, a voler essere sinceri, manca in tantissime rock band attuali. Questo, per contrasto, dimostra che quel che resta degli Who, ovvero Pete Townshend e Roger Daltrey, è ancora una macchina da fuoco, pronta a spararci in faccia del buon vecchio, crudo e ruvido rock & roll. Tuttavia ci pare un tantino avventato quel che va dicendo oggi Daltrey: «Penso che abbiamo fatto il nostro miglior album da Quadrophenia nel 1973».

WHO, registrato tra Londra e Los Angeles, vede in cabina di regia lo stesso Townshend insieme a Dave Sardy, noto per aver prodotto i lavori di Oasis e Gorillaz. Un lavoro oltremodo certosino è stato operato anche sulla produzione vocale, curata da Dave Eringa che, già in passato, si era occupato del Nostro Daltrey. Alla batteria troviamo sempre Zac Starkey, il figlio di Ringo per intenderci, e al basso Pino Palladino. All This Music Must Fade offre sonorità energiche, sonorità che ritroviamo in numerosi momenti del disco come in Detour – che ci ricorda vagamente My Generation e Baba O’Riley con quel synth in coda – in I Don’t Wanna Get Wise – tipicamente rock & roll – e Rockin’In Rage. Decisamente interessanti sono i momenti più delicati e pacifici come Beads On One String o la bucolica I’ll Be Back, senza dimenticare Break The News, un folk così trascinante che vale il primo ascolto e Hero Ground Zero, intensa e decisamente tra i momenti più profondi del disco. Seduzione e sensualità dipingono She Rocked My World. L’album termina qui ma, la versione deluxe, ci propone altri tre brani, This Gun Will Misfire, nel mood del disco, Got Notingh To Prove, che altro non è che un bootleg di un vecchio brano e Danny And My Ponies dove la voce di Daltrey è alterata dall’autotune.

Piccola nota, stonata, la copertina, firmata da Peter Blake, autore della famigerata, mitica copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles replica quanto già fatto dall’artista per Stanley Road di Paul Weller e Face Dances degli stessi Who. Da uno del suo calibro ci saremmo aspettati, senza esitazione, qualcosa di più. In definitiva, WHO ci piace e, a tratti anche molto. Townshend resta un compositore formidabile e Daltrey un performer e vocalist inossidabile (è davvero stupefacente il suo vigore vocale). Ovviamente non stiamo parlando di un disco di classici, ci mancherebbe, ce ne guarderemo bene dal farlo tuttavia , il sodalizio tra Townshend e Daltrey, è ancora molto forte e per questo ci ritroviamo davanti ad un album che funziona.