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Harry Styles, pop intellettuale per millennial

Il Guardian lo ha recensito come “colui che veste la corona del pop”, Liam Gallagher ha apprezzato il suo esordio mentre Stevie Nicks lo ha definito «semplicemente fantastico». Tutti lo amano, tutti lo osannano, il suo secondo album ha debuttato nella top ten delle classifiche mondiali prima ancora di essere pubblicato e ha, in generale, creato un hype incredibile tra i fan. A due anni dal suo debutto self titled, Harry Styles è tornato a farsi sentire. Una campagna pubblicitaria enorme partita da cartelloni misteriosi e finita con l’invenzione di un’isola fittizia (Eroda), passando per la conduzione del Saturday Night Live e del Late Late Night Show, l’ex One Direction ha preparato il Mondo all’arrivo di Fine Line con tre singoli – Lights Up, Watermelon Sugar e Adore You. Tre pezzi upbeat che hanno segnato abbastanza nettamente la differenza tra il suo passato e il suo presente: dalla lunghissima power ballad Sign Of The Times che ha sancito la sua dipartita dal sound pop della sua ex band è passato a pezzi pieni di chitarre funky, synth, trombe e bassi potentissimi.

Nelle varie interviste che hanno preceduto l’uscita, Styles ha ripetuto spesso di quanto si sia divertito a lavorare a questo disco. Con Fine Line, infatti, il cantautore di Redditch è riuscito a liberarsi dalla pressione di dover piacere per forza al pubblico e contemporaneamente dal doversi allontanare il più possibile dalle sonorità degli One Direction. Ha dichiarato che si sarebbe trattato di un album sul sentirsi tristi ma anche sull’essere finalmente liberi. Insomma, un album con cui si è preso il rischio di fare esattamente ciò che voleva. Coerenti con queste dichiarazioni sono stati i tre singoli: Lights Up, un pezzo dalla struttura particolare, con chiari riferimenti a Bowie, un testo che parla di liberazione e un ritornello che è anche un mantra, Watermelon Sugar, una bop estiva, con un testo sensuale, un sound catchy e frizzante e Adore You, una canzone dal basso prepotente, falsetti, armonie e un ritornello confezionato alla perfezione per entrarti in testa e non mollarti più.

Dopo questo assaggio studiato alla perfezione per introdurci al nuovo sound, le aspettative del pubblico sono schizzate alle stelle. La domanda era: Fine Line rispetterà le aspettative? Adesso possiamo dirlo: sì, Fine Line rispetta le aspettative, le supera e ci regala un album quasi perfetto. Il lavoro si apre con Golden che Harry Styles definisce «la canzone perfetta da ascoltare in macchina». Ed è proprio quello che ci si aspetta: un pezzo dolceamaro, pieno di cori e armonizzazioni dallo stile old rock e reminiscente di una delle band preferite del cantautore, i Fleetwood Mac. Seguono i tre singoli già rilasciati che, non a caso, risultano i più pop e easy on the ear tra tutte e dodici le tracce. Cherry è la prima canzone in cui Styles affronta il tema della rottura con la sua ex – la supermodella francese Camille Rowe che partecipa alla canzone con una nota vocale sul finale – e in quattro minuti di straziante sincerità alla Joni Mitchell, accompagnata da una chitarra nostalgica e armonie, guarda da lontano il suo vecchio amore e le racconta cosa gli manca, la prega di non chiamare il suo ragazzo nello stesso modo in cui chiamava lui e trasmette tutto il dolore che prova.

A seguire Falling, l’unico momento in cui Fine Line subisce un accenno di arresto: è una ballata classicissima che, ancora una volta, racconta il dolore di Styles. Un piano e voce senza troppi fronzoli e con il focus completamente sulla voce – non che ci sia da lamentarsi, la sua voce in questo pezzo è incredibile. Dal piano alla chitarra spagnola in To Be So Lonely, in cui Harry ammette candidamente di essere “an arrogant son of a bitch”. In maniera inaspettata, si passa alla lunga She (più di sei minuti) che sembra uscita da un album degli Arcade Fire: ha un flow sensuale, caldo, sognante ma allo stesso tempo hunting. She si conclude con un assolo di chitarra di due minuti che mostra ancora una volta che a Styles piace omaggiare gli artisti che lo hanno influenzato. Sunflower vol. 6 è invece Styles che si gode l’effetto dei funghetti allucinogeni che tanto gli piacciono e piazza nel suo album una canzone che potrebbe essere d’amore ma che nella realtà è un vibes funky anni settanta.

Con Canyon Moon siamo trasportati nel sud degli Stati Uniti, possibilmente in auto, coi finestrini abbassati e la nostra anima gemella con cui cantare “I’ve been gone too long from you”, tra fischietti, ritmi veloci e armonizzazioni che sembrano usciti dagli anni sessanta. Con Treat People With Kindness (che è anche il suo motto) è definitiva l’indifferenza di Styles verso i pezzi radio friendly: è una canzone gospel che sembra fatta per essere cantata in una comunità hippie in cui si diverte a gridare di trattare tutti con gentilezza così da rendere il mondo un posto dove poter essere felici. Fine Line – l’incredibile traccia di sei minuti che chiude l’album – è l’outro perfetta, a metà tra nostalgia e speranza, sui toni indie folk e folktronici che tanto ricordano Bon Iver. Il pezzo racconta la fine dell’album ma soprattutto la fine del dolore e la penosa speranza di un giorno migliore che verrà. Fine Line raggiunge il culmine emotivo dell’album, rappresentato alla perfezione dal crescendo di violini, trombe, batterie e la sua voce incredibilmente emozionante.

Fine Line è un album audace. È un qualcosa che nessuno mai si sarebbe aspettato da un ragazzo uscito dalla boy band (che pesa per lui come una condanna) più famosa dell’ultimo decennio. Styles sembra essersi scrollato di dosso tutte le preoccupazioni riguardo i passaggi in radio, ha sfidato i suoi fan ad aprirsi ad un nuovo sound e ha messo insieme un album eclettico: passa da un genere all’altro in maniera fluida omaggiando i grandi della musica senza mai risultare una copia. In tutto questo, resta quel fascino un po’ weird che lo contraddistingue da sempre, accompagnato da una scrittura fine e da un sound incredibilmente vario e coraggioso, il tutto coronato da una sincerità quasi disarmante. Pare che Styles possa diventare per i millennials quello che David Bowie è stato per i baby boomers. E ascoltando Fine Line tutto ciò non sembra blasfemia.