Interviste

I Coma_Cose non lasciano niente al caso

Quando li chiamo, Francesca ha appena finito di mettere in ordine casa. «Stiamo facendo un sacco di musica nuova, sai?». Poi ride. Sa in cuor suo di avermi bruciato una delle domande dell’intervista, forse ride proprio per questo. Io dei Coma_Cose voglio conoscere qualcosa in più, ma in realtà poi sono finito per parlare di Francesca e Fausto, della loro quarantena, delle loro serie tv e dei loro ascolti musicali. «Purtroppo o per fortuna sono cresciuto a pane e rap, ma il mio migliore amico era un profondo conoscitore del rock e ricordo che quando andavo a casa sua da ragazzino mi faceva vedere queste copertine bellissime dei più celebri album rock e io ne rimanevo estasiato, specie da quelle dei Black Sabbath», racconta Fausto. «Ti dico la verità: allora la loro musica neanche mi piaceva. Ne ho iniziato ad apprezzare la caratura artistica molto più avanti. C’era questo mercatino fighissimo in cui comprai Paranoid, e oggi ringrazio quel disco impolverato per avermi introdotto ad un mondo fatto di musica potente ed evocativa».

California, pseudonimo artistico individuale di Francesca, mi dice invece di aver guardato una marea di roba durante il lockdown. I generi più disparati, dal documentario, all’azione alla commedia. «Hai mai visto I nuovi mostri? Quello da cui è tratta la rubrica di Striscia la notizia. C’è un cast spaziale. Certa di dimenticare qualcuno, vado a braccio e ti elenco Gassman, Sordi, Tognazzi, Orietta Berti e Ornella Muti. Ma poi un intreccio particolare con tutte mini storie di pochi minuti. Un bel titolo che se non l’hai visto ti consiglio di recuperare. Poi abbiamo visto il docu su Joe Exotic, è clamoroso. Mi ha colpito tantissimo per la sensibilità e al contempo per la pazzia di quest’uomo».

Avete qualche documentario musicale da consigliarmi?
Francesca:
Noi guardiamo tanta roba anche su YouTube, e devo dire che una delle cose più belle viste ultimamente lì è un documentario su Ferretti (Giovanni Lindo Ferretti ndr.) girato una decina di anni fa nella sua casa in montagna dove racconta tutta la sua vita; dalla formazione cattolica alla passione per i cavalli, dal rapporto con sua madre ai ricordi dell’infanzia.

Comunque il nuovo EP è una figata pazzesca.
Fausto
: L’idea è stata quella di fare un qualcosa di assimilabile ad un 45 giri. Una traccia sul lato A, una sul lato B. Inizialmente invece, proprio all’origine, doveva essere un unico brano, ovvero Guerre fredde. Prima ancora un EP di tre featuring. Ecco perché hanno avuto una lunga gestazione. Devi sapere che pur chiamandosi DUE nasce in tre, grazie al contributo di Stabber (il produttore ndr.). Avevamo bisogno di sporcarci un po’ con nuovi colori se capisci cosa intendo.

Stabber come l’avete scelto?
Fausto
: All’inizio abbiamo provato con molti produttori diversi ma non succedeva mai la magia. Tranne con Stefano (Stabber ndr.). Gli ho mandato un mio giro di synth, lui ci ha lavorato, poi è arrivato il ritornello e quando l’abbiamo sentita ci siamo accorti che tutto il resto andava cestinato. C’è un sacco di scarto e, non ci crederai ma questi due pezzi sono frutto di un inverno («Non chiamateli singoli», insomma sembra dirmi Fausto. Non ne hanno la fisionomia ndr.).

Ricordo nel backstage del concertone del primo maggio che usciva gente assurda. Sembravano tutti Cheyenne di This Must Be The Place. Poi c’erano loro, composti, da una parte, con il loro modo pacato e sobrio di stare al mondo. Ricordo di aver pensato: questi sono i nostri John Lennon e Yoko Ono. Francesca ride dall’altra parte del telefono. «Sono felicissima che si noti anche da fuori. Noi con quel bomberino ci andiamo al supermercato a fare la spesa. Volevamo trasmettere umiltà, salendo su un palco importantissimo con la nostra estetica».

Quanto conta la fotografia, l’immaginario, il look e in generale l’immagine nel progetto?
Francesca:
È una cosa a cui teniamo molto. Ci piace avere il controllo della nostra immagine nel rispetto delle figure professionali che inevitabilmente sono finite per gravitare intorno al progetto.
Fausto: Non dev’essere facilissimo lavorare con noi (ride ndr.).
Francesca: Per noi la semplicità è un’arma e quando riusciamo ad esprimere il nostro stile senza il bisogno di sovrastrutture siamo soddisfatti, altrimenti no.

Due anni fa cantavate: “Che schifo avere 20 anni/Però quanto è bello avere paura”. Se il coronavirus è la guerra di tutti, non credete che, quando finirà, spetterà a noi ventenni e trentenni guidare il nostro dopoguerra?
Francesca: I grandi drammi della storia dell’umanità generalmente hanno portato ad opere altrettanto grandi. Le cicatrici vanno guardate per ricordare. Per quanto riguarda i giovani, la mia speranza è che si riesca a capire e sfruttare appieno le potenzialità di questo strumento indispensabile che abbiamo sempre in mano. È bello provare ad immaginare un nuovo mondo dove i social sono ancora più presenti ma meno subiti e più partecipati. È proprio dal disagio che nasce l’arte e la nostra musica non fa eccezione. Quando tutto è iniziato la nostra roba era un enorme “vaffanculo”. Non volevamo che la musica dei Coma_Cose fosse concepita come una furbata.

Alla base del processo creativo della loro musica c’è la continua innovazione. Certo, è necessario mantenere una formula e l’approccio urban resterà sempre, ma in questi giorni, mi raccontano, stanno esplorando tanti mondi musicali nuovi. L’unico rischio a cui non vogliono assolutamente andare incontro, è quello di risultare macchiettistici, fuori contesto e di scollinare. Altra cosa da cui cercano di allontanarsi è la pubblicazione di brani che funzionino a sé stanti per questo l’obiettivo primario è costruire un qualcosa che funzioni nel complesso. «I concerti, d’altronde – mi dice Fausto – sono un successo quando c’è dall’altra parte un pubblico che interagisce. Per avere questo risultato è necessario avere nel proprio feretro una scaletta ricca e non due o tre tormentoni e tanti altri brani che però la gente non conosce. Il pubblico del mainstream è eterogeneo e non concreto: ti fa fare numeri spaventosi sui social ma poi magari non ha neanche gli anni per poter partecipare ad un concerto in modo autonomo. Il futuro? Se dovessi raccontarti il live al quale stanno lavorando con una parola, sarebbe “chitarre”». «Ma ci sarà da aspettare almeno un anno, stiamo costruendo qualcosa di bello», gli fa eco Francesca.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.