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“Chromatica” è l’album più gaio della storia discografica di Lady Gaga

Il National Center for Biotechnology Information, negli Stati Uniti, ha pubblicato la storia di un ragazzo di quindici anni convinto di potersi trasformare in un supereroe. Prima si è fatto mordere da alcuni ragni nella speranza di acquisire i poteri di Spiderman, poi si è iniettato del mercurio sotto la pelle per ottenere poteri simili a quelli del mutante Mercury. Ovviamente non ha acquisito nessun superpotere, ma ha minacciato di tornare a rifarlo per riuscire ad arrivare al suo obiettivo. Considerando la pericolosità dei vari tentativi, spero vivamente sia ancora con noi per vedere come una ragazza italoamericana sia riuscita a diventare il supereroe più glamour della storia della musica mondiale.

La storia discografica di Lady Gaga sembra seguire il copione di un racconto Marvel: la ragazza, affranta e sofferente per la scomparsa della zia Joanne, accantona i propositi da popstar caciarona, per un nuovo stile più malinconico e introspettivo. Un Oscar, un nuovo amore e una serie di faticose conquiste, portano la cantante a smettere i panni della cantautrice impegnata per indossare quelli fluo dell’eroina kitsch del pianeta Chromatica, come il nome del suo ultimo album. La sua è un’autentica rivoluzione del sound: non c’è più traccia di afflizione. In questo pianeta, fatto su misura per Miss Germanotta, c’è solo spazio per fare baldoria.

Ma qual è il vero super potere di Wonder Gaga? Ascoltando l’album, direi quello di manipolare il tempo. Riavvolgerlo come un nastro a quando andavano di moda i Game Boy, gli Walkman e i Tamagotchi. Siamo nel pieno degli anni ’90, in pista la gente balla CeCe Peniston e la discoball riflette fiotti di luce che irradiano meglio delle luci della D’Urso. Gaga prende ciò che di meglio ha da offrire questo decennio e lo trasforma in un’esplosione di sonorità pop-dance e house nei suoi più puri esordi. BloodPop, produttore di quest’ultima fatica discografica, lavora queste atmosfere, le plasma come creta fra le mani, dando vita nuova al pop commerciale e sgonfio degli ultimi anni.

È l’album dei contrasti che convivono bene tra di loro, come in una tavolozza di colori in mano al pittore. Il lato più glamour di Lady Gaga incontra quello più nerd e meno convenzionale. I violini incontrano i sintetizzatori, seguiti da fiati e vocoder, che riportano la mente alle sonorità di vent’anni fa. Gli elementi, così diversi, si sposano bene come prosciutto e melone. Ogni cosa ha il posto giusto e la misura giusta. Ogni brano è una potenziale hit, ed ogni ritornello potrebbe essere il prossimo tormentone. In questo senso, Chromatica è l’album più gaio della storia discografica di Lady Gaga. No, non sto parlando solo dell’attenzione che Lady Germanotta ha da sempre nei confronti della comunità LGBTQ+, ma di qualcosa che va ben oltre. L’etimologia del termine, dal latino gaius, suggerisce felice, allegro, spensierato. E sì, quest’album è l’emblema della spensieratezza, della serenità. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno in questo preciso momento storico. Sarà questo, probabilmente, un altro super potere di Wonder Gaga.

L’album si apre con un preludio di archi di un minuto, che abbiamo avuto modo di apprezzare già nei video promozionali di Stupid Love, primo singolo estratto dall’album. Seguiranno altri due interludi, posti in modo talmente preciso da dividere idealmente l’interezza del lavoro in parti ben definite e momenti più e meno forti. Questi strumentali evocano bene il mood intergalattico che accompagna tutto il lavoro. Al brano Alice è affidata l’apertura. Un pezzo fortissimo, che sfida chiunque a rimanere fermo durante la riproduzione. Dopo Stupid Love c’è Rain On Me, che vede la presenza di Ariana Grande. Un brano forte, che nonostante le critiche tiene testa ascolto dopo ascolto. Free Woman e Fun Tonight sono un bicchiere di buon champagne dopo un cheeseburger. L’effetto è spaesante, ma incredibilmente funziona.

Il secondo atto alza l’asticella ancora più su: un partouze sfrenato fra la follia di Artpop e il pop più commerciale di The Fame e dei suoi primi lavori. 911, Plastic Doll, Enigma e Replay si impastano l’un l’altro in un’unica ed emozionante atmosfera che fa mancare la pista da ballo anche ad uno che non è mai andato in discoteca. Sour Candy, il pezzo che vede la collaborazione con le BLACKPINK suggella il momento. Una chicca pop senza precedenti. Talmente estremamente commerciale che non faccio fatica a immaginarmela cantata da Britney Spears.

Nel terzo atto di questo autentico racconto, Elton John ci emoziona anche solo con la sua presenza, rendendo tutto estremamente più glam. Sine From Above e 1000 Doves sono brani pieni di emozione, tra i sintetizzatori e i beat da compilation Hitmania Dance. Lo stile è quello del clubbing anni ’90 con i primi pezzi di Mamma Ru sparati nelle casse e le gare di vogueing a centro pista. Babylon, brano che conclude l’album, racchiude in pochi minuti il mood dell’intero progetto. Spensierato, ma non per questo meno complesso. Anzi, ci vuole tanta bravura per far emergere l’emozione dietro quintali di produzioni così invasiva. I sax del ritornello si immergono nell’ambientazione etnica e vintage ricreata.

Se c’è una cosa che però stona in particolar modo in Babylon, è il paragone forzato con Madonna. A detta dei suoi detrattori, il sound è quello di Vogue, il mood è quello di Erotica, il coro gospel a fine brano è come quello di Like A Prayer e altri cento parallelismi che stridono insopportabilmente come la forchetta che graffia il piatto. Madonna non ha inventato niente di tutto ciò, e nemmeno Lady Gaga. Ma, quasi a riprova di ciò, la cantautrice di origini siciliane e il suo produttore, pubblicano su Spotify una playlist con tutte le references dell’album. Oltre all’assenza di Madonna fra questi brani, si può notare anche un’ulteriore studio sulle origini e gli esordi del genere che dagli anni ’80 porta la dance ad un livello miliare.

Pubblicare un album del genere, durante il dominio dell’urban nelle classifiche, non solo è un atto di coraggio, ma un modo per dire pubblicamente che il pop non è morto. Eh sì, Wonder Gaga non sa solo viaggiare nel tempo, ma ha anche il potere di salvare un genere in malora e un anno musicalmente molto povero. Vale la pena ascoltarlo, anche solo per scappare dal periodo cupo che stiamo vivendo in questo momento, volare con Gaga su Chromatica, e ballare, ballare, ballare.

Stefano Molinari
Autore

Musicalmente polemico da 24 anni. Da piccolo volevo fare il lanciatore di coltelli, ma poi ho capito che scrivere è ancora più pericoloso. Vivo ogni giorno come se fosse capodanno a Courmayeur: ma io sono quello che serve ai tavoli. “Un gentleman col cuore punk”, dicono. Peccato per il pacemaker. Mi chiamo Stefano, diamoci del tu.