Opinion musica

No, Blink-182, questa volta no

Si legge sui muri, sulle maglie, sui poster, “Punk is not dead”, ma in fondo, chi lo crede davvero? Al netto di un ritorno massivo di approccio e attitudine punk nei progetti della nuova wave (su tutti, Machine Gun Kelly e Yungblud) l’impressione è che solo i Blink-182 e i Sum 41 possano veramente salvare il punk nella sua forma più pop e mainstream. E allora arriva improvvisamente Quarantine, che si presenta con una cover estremamente anni ‘90: c’è una bambola gonfiabile maltrattata col trucco colato e la parrucca rosa fluorescente. Sul sopracciglio un tatuaggio con il nome della band e sul collo un collarino borchiato e la scritta “crappy punk rock”. Quarantine invece è scritto nel più classico stile punk, ossia con ritagli di giornale a mo’ di messaggio di riscatto (“Quarantine, fuck this disease/I’d rather be on Star Tours or stuck at the DMV/Quarantine, no not for me/I thought that things were fucked up in 2019/Fuck quarantine”).

Arriviamo al brano, che è più un’occasione persa che colta: classico brano stereotipato punk, con chitarre maltrattate e batteria pestata a dovere su un bpm molto alto. Il problema è che quei due minuti e qualcosa di brano sembrano durare un’infinità perché non c’è mai il cosiddetto effetto sorpresa, mai una variazione che non ti aspetti o una strada secondaria imboccata anche solo per un attimo. Non fraintendetemi, Quarantine ha ovviamente qualcosa da dire e nel complesso si lascia ascoltare. Il problema è che quando ti chiami Blink-182, per quanto mi riguarda, hai l’obbligo morale di alzare l’asticella e ridurre al minimo sindacale il rischio di macchiare una delle carriere più rilevanti del punk rock della seconda ora. Perché nei tuoi brani c’è (o meglio, ci dovrebbe essere) una percentuale del patrimonio artistico dei Sex Pistols, dei Clash e perfino dei Ramones, e loro, probabilmente, un pezzo così “corretto” non lo avrebbero pubblicato mai. Ma passiamo ora alle note di merito, se così si può dire: tra i crediti non figura Matt Skiba, e questo sta facendo sognare i fan della band perché potrebbe stare a significare che Tom DeLonge è sulla via del ritorno. Un ritorno che però deve assolutamente eclissare Quarantine.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.