Recensioni musica

I Biffy Clyro hanno mantenuto gli occhi fissi sull’obiettivo

A più di 15 giorni dall’uscita di A Celebration Of Endings, possiamo dirlo forte e chiaro: i Biffy Clyro hanno sfornato davvero un buon disco. Dopo averne posticipato l’uscita, causa pandemia, lo scorso 14 agosto i Biffy Clyro hanno pubblicato la loro nona fatica discografica, e per farlo si sono affidati a Rich Costey – storico sodale dei Muse – e già produttore del controverso Ellipsis del 2016. L’approccio della band al loro ottavo album è stato semplice. Creare stupore e mantenere gli occhi ben fissi sull’obiettivo. Sorprendere sé stessi e tutti gli altri. Spingere tutto all’estremo. Si ma come? Affrontando il tema del cambiamento con positività e consapevolezza.

E, difatti, è lo stesso frontman, Simon Neil, a puntualizzarlo: «Questo è un album molto lungimirante da una prospettiva sia personale che sociale», spiega. «Il titolo fa riferimento al vedere la gioia nel cambiamento, piuttosto che la tristezza. Cambiare significa progredire ed evolvere. Puoi conservare tutto ciò che hai amato ma dimentica tutte le cose brutte. Si tratta di riprendere il controllo». Cambiamento e liberta, quindi, i punti cardine della nuova proposta discografica degli scozzesi, che emergono, prepotentemente, in tutti gli undici brani del disco.

Libertà, appunto, quella di sperimentare e spingere il piede sull’acceleratore a piacimento. Per esempio? Prendete l’ultima, bellissima, travolgente, traccia del disco, Cop Syrup. Una mini-suite portentosa, carica di rabbia, di tensione elettrica, per poi lasciare il posto ad un incredibile intermezzo di archi e incendiarsi ed esplodere nuovamente chiudendo, di fatto, l’album. Ma non c’è bisogno di attendere l’ultima traccia per intenderlo: anche l’opener North Of No South mostra tutta la sua rutilanza così come l’ottima The Champ che si apre come una ballad, per virare poi verso un rock energico e deciso, oppure il singolo Tiny Indoor Fireworks, brano accattivante, melodico e leggero in cui cedono a frizzanti coretti pop.

A cesura della prima parte del disco, arriva la dolcissima Space, un sincero messaggio di riconciliazione per qualcuno che si ama, sicuramente uno dei momenti più teneri nella carriera dei Biffy Clyro. Con End Of tornano prepotenti basso e batteria per un pezzo ruvido, aggressivo. Il lead single, Instant History, approda nel territorio dei synth ma, in fin dei conti, è quasi una dichiarazione d’intenti. “This is the sound that we make/Can you hear it?”, canta Simon nel ritornello; questo è il nostro sound e siamo liberi di fare quello che vogliamo e del resto non ci frega un cazzo, per intederci. Ma la vera perla dell’album è la seconda ballad, Opaque, impreziosita nel ritornello da una malinconica sezione di archi.

Con A Celebration Of Endings i Biffy Clyro ci propinano un disco versatile e fluido, sia musicalmente che dal punto di vista tematico, ben congegnato in ciascuna traccia. Evidentemente pensato anche per la resa live, dove i ragazzi di Kilmarnock danno sempre spettacolo, è certamente il miglior lavoro della band da un po’ di anni a questa parte, un pronto riscatto al non proprio brillante del penultimo Ellipsis (oh, a me era piaciuto comunque). Una boccata d’ottimismo in tempi non proprio sfolgoranti. Mon the biff.

Antonello Dascanio
Autore

Sono nato, a mia insaputa, nella città dei Sassi dove mi sono laureato in Beni Culturali. Amo la musica (ne sono ossessionato), lo sport e lo studio. Sono un Gallagheriano e Milanista doc e suono persino la chitarra (anche se ho imparato a farlo alla tenera età di diciannove anni). Sogno di diventare quello che nella realtà non sono: un filosofo e una rockstar. Il resto non me lo ricordo...