Interviste musica

I Jaded Hearts Club non sono uno sciocco passatempo per rockstar

Mentre attendo che il telefono squilli, alla tv passa lo spot di un noto player della telefonia: neanche a dirlo, la colonna sonora che accompagna le offerte di giga e fibra ultra veloce è Come Together dei Beatles. Una casualità che farebbe improvvisamente credere all’allineamento degli astri e alle cartomanti perfino il più nichilista dei giornalisti della redazione. Nato come un progetto volto a portare in giro la musica di JohnGeorge, Paul e Ringo, i Jaded Hearts Club – il supergruppo fondato da Jamie Davis con Nic CesterMiles Kane, Matt Bellamy, Graham Coxon e Sean Payne degli Zutons (sì, quelli di “Why don’t you come on over Valerie?”) – hanno ben presto capito che quando si parla di Beatles e si ama la musica di un certo spessore, è impossibile non sentirsi addosso un bel pezzo di storia e di cultura popolare contemporanea.

«I Beatles sono stati come una prima stesura di tutto ciò che c’è stato dopo», dice il leader dei Jet dall’altra parte del telefono mentre mi racconta come è nato il loro album di debutto pubblicato per BMG. Dopo anni in tour e in studio con i rispettivi progetti musicali (Matt è rientato a Los Angeles alla fine dello scorso anno dopo 53 show negli stadi con i Muse, Nic si è dedicato al suo progetto solista con i The Milano Elettrica mentre Graham Coxon, in pausa dai Blur, ha lavorato alla colonna sonora di The End of the F***ing World), i sei si sono presi un momento di relativa calma per lavorare a You’ve Always Been Here: un viaggio surreale lontano dal pianeta Beatles e – soprattutto – lontano dalle logiche discografiche.

Come riuscite a passare mentalmente da un gruppo all’altro?
Abbiamo iniziato dalle cover proprio per questo motivo. C’è stato un momento in cui l’idea stava virando verso la scrittura di brani inediti, ma era complicato da mettere in pratica per via del fatto che viviamo tutti in stati diversi. Il progetto poi ha preso il decollo quando Matt ha deciso di prendersi un anno sabbatico dai Muse. Aveva bisogno di un’opportunità per creare qualcosa di completamente nuovo da quello che aveva fatto negli ultimi trent’anni. Mi ha raccontato proprio di recente che non si era mai preso un anno di pausa dallo scrivere nuova musica per i Muse. Avere l’opportunità di lavorare su classici più datati e dimenticati gli ha permesso, per la prima volta, di respirare senza sentire la pressione.

Infatti, vedendovi da fuori, ho come la sensazione che questo sia un progetto con cui riuscite a scaricare la pressione che accumulate con le vostre rispettive band.
La tua sensazione è giusta. Anche se i nostri background sono tutti differenti ed ognuno di noi è in un punto diverso della sua carriera, so che, in un modo o nell’altro, ognuno di noi apprezza il fatto che questo progetto ci dia l’opportunità di dimenticarci di tutto tranne che dei motivi veri e puri che ci hanno fatto iniziare.

Mi stai dicendo che non c’è nessuna logica discografica dietro?
Non c’è nessuna strategia commerciale, nessuna agenda da rispettare e nessun profitto. In realtà non lo facciamo con nessuno scopo particolare, solo per il puro piacere di fare musica.

Come è iniziato tutto?
La band è nata nel garage di mio fratello a Los Angeles, dove si trovano la maggior parte dei ragazzi – Matthew e Jamie vivono lì, Graham ci viveva e Miles capita spesso da quelle parti. Ad un certo punto c’è stato un compleanno ed è nata l’idea di mettere insieme un gruppo per creare una situazione tipo karaoke live a tema Beatles.

Poi cosa è successo?
Tutto ha avuto inizio con i Beatles ma poi si è evoluto in qualcosa di diverso. Il progetto è sostanzialmente di Jamie che si occupa di organizzare tutto. Tra l’altro lui è un estimatore del northern soul, ecco perché con You’ve Always Been Here siamo finiti ad esplorare quel mondo lì. Una delle soddisfazioni maggiori del far parte dei Jaded Hearts Club è proprio questa, ossia riscoprire classici dimenticati. Ad esempio, una delle canzoni che canto nel disco, This Love Starved Heart of Mine (It’s Killing Me), è una perla nascosta di Marvin Gaye, una canzone che non avevo mai sentito prima.

Ho letto da qualche parte che il disco è nato negli studi di Bellamy a Santa Monica.
Sì, la maggior parte delle registrazioni sono state fatte lì prima del lockdown mentre la post produzione ed il restante lavoro di produzione è avvenuta all’inizio e durante il periodo di lockdown. Io sono andato a Los Angeles a registrare i miei pezzi verso la fine delle registrazioni, mentre Reach Out (I’ll be There) l’ho registrata a Milano. Miles invece ha fatto tutto da Londra. Soltanto due tracce sono state aggiunte durante quei mesi di isolamento dato che il progetto stava prendendo forma in quel momento. L’inserimento di Reach Out vuole essere proprio un messaggio positivo in questo periodo pieno di incertezze. Poi Matt ha aggiunto all’inizio del disco We’ll Meet Again di Vera Lynn. Non sapevo di questa canzone fino a che non ho ascoltato l’album per intero.

Va ammesso che fa un certo effetto ascoltare i principali rappresentati del rock inglese degli ultimi trent’anni reinterpretare i classici northern soul di Berry Gordy, Richard Berry e Vera Lynn. I brani come li avete scelti?
La selezione delle tracce è opera di Jamie, è stato lui ad allontanarci dai Beatles per indirizzarci verso il northern soul. Con Matt (che è anche il produttore del disco ndr.) hanno fatto una ricerca molto approfondita. Hanno analizzato qualcosa come cento o duecento canzoni.

Avete già pensato come festeggerete l’uscita dell’album? Non so, con un release party via zoom (l’intervista è stata realizzata prima dell’uscita del disco, ndr).
Per puro caso Miles starà a casa mia a Como, sarebbe dovuto venire qualche settimana fa ma ha dovuto cambiare piani e quindi arriverà proprio venerdì sera. Andremo a cena fuori sabato sera e sono sicuro che faremo una festa.

I supergruppi nella maggior parte dei casi hanno vita breve, mi vengono in mente i The Good, the Bad & the Queen di Albarn ma anche i Blind Faith di Eric Clapton. I Jaded Hearts Club si fermeranno a questo disco?
So per certo che ci sarà un secondo album, ne abbiamo già discusso. Penso che il solo vantaggio di non poter fare tour al momento è che abbiamo molto tempo per registrare quindi è ciò che faremo. La nostra intenzione è quella di riuscire a trasmettere che questo non è solo un progetto secondario, abbiamo intenzioni serie e vorremo proseguire con la stesura di un altro album e ovviamente, quando sarà possibile, andare in tour.

A proposito di tour, guardando online i video dei vostri concerti ho avuto la sensazione che le serate per voi siano un po’ come per noi comuni mortali organizzare una partita di calcetto tra amici.
Tutto quello che facciamo, lo facciamo senza la tensione che solitamente abbiamo addosso. Il piano è stato sin dall’inizio quello di limitare i live ai piccoli club (da come parla Nic, si capisce che è Matt quello a tenere di più a questo aspetto del progetto ndr.). Quando abbiamo suonato lo scorso anno a Londra, Matt è passato dall’esibirsi per due sere consecutive sold out al Wembley Stadium al suonare il giorno dopo per trecento persone al 100 Club sulla Oxford Street (negli anni Sessanta uno dei palchi principali degli Stones e dei Beatles ndr.). In molti mi chiedono se questo ci fa effetto. Sì cazzo, ci fa dannatamente effetto.

Traduzione di Carlotta Nardi
Foto di Victoria Smith

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.