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I Bring Me The Horizon hanno scritto un horror perfetto

Ad ottobre è stato “scoperto” il film horror più spaventoso di sempre. O almeno, queste sono le conclusioni tratte da una recente indagine sperimentale condotta da BroadbandChoices. Dall’analisi dell’attività cardiaca del campione sperimentale registrata durante la visione di oltre cento ore di film horror è emerso che il film che più spaventa e fa sobbalzare sulla sedia gli spettatori – poiché accompagnato da un significativo aumento del battito cardiaco – sarebbe Sinister di Scott Derrickson. Questa introduzione inizia con una parola tra virgolette e termina con un verbo al condizionale, e i lettori più attenti avranno percepito senza sforzo il tono scettico con cui ho riportato i dati di cui sopra. Perché se è vero che lo studio sopracitato comincia, si sviluppa e si conclude con un approccio squisitamente sperimentale, è altresì vero che la bontà di un film horror verte (anche) su parametri profondamente emotivi e, dunque, difficilmente misurabili. Sì, ok, ma questa non era la recensione dell’ultimo EP dei Bring Me The Horizon? Cazzo c’entra con i film horror?

Il fatto è che è uscito Post Human: Survival Horror, suddetto nuovo EP della band dello Yorkshire, e ascoltandolo non ho potuto fare a meno di formulare due considerazioni: non soltanto è uno dei prodotti discografici più interessanti pubblicati nell’ultimo anno, ma è anche uno degli horror migliori di sempre. La pandemia mondiale, il lockdown, la solitudine reale o percepita nei mesi scorsi e la libertà di cui siamo stati improvvisamente privati: eccoli qui, i nostri mostri, gli stessi che, purtroppo o per fortuna, hanno innescato una bomba nella carriera artistica dei Bring Me The Horizon, inaugurando per loro un processo creativo di sperimentazione musicale oltremodo sconfinata. Il risultato è proprio Post Human: Survival Horror: nove tracce che trascinano l’ascoltatore in una spirale di sentimenti rabbiosi e, a tratti, terrificanti, come quelli esperiti da un animale in gabbia. Pubblicato ad un solo giorno di distanza da Halloween, l’EP sfida a mani basse la struttura narrativa e il lascito emotivo dei grandi colossi del cinema horror.

Non esisterebbe alcuna storia dell’orrore senza una primordiale condizione di tormento che attanagli il protagonista, ed è per questo che la prima traccia, Dear Diary, è un vero e proprio sfogo su carta, la crescente angoscia che si fa boato e la voce di Oli Sykes ad urlare questa introspezione forzata ai limiti della somatizzazione corporea. E mentre la cinepresa si avvicina e la canzone prosegue, un’idea lampeggia cristallina nella mente dell’ascoltatore: c’ero anch’io in quel vuoto (“The sky is falling, it’s fucking boring I’m going braindead, isolatеd”). Empatizzare con il personaggio principale di un horror è fondamentale affinché lo spettatore possa sentire ciò che sente lui, avere paura quando ne ha lui e così via dicendo. Ecco perché i registi dedicano tempo e spazio narrativo in abbondanza alla dimensione percettiva e sensoriale del protagonista, specialmente nella parte iniziale della storia.

Mettere in dubbio la nostra percezione della realtà circostante giocando con essa è alla base del paranormale, degli horror, e anche delle prime tracce di Post Human: Survival Horror. Parasite Eve è caratterizzata da un intro in lingua bulgara che somiglia ad un rituale inquietante ed incomprensibile da cui prende vita e si sviluppa un climax crescente di suspense alimentata prima da bisbigli e poi da grida strazianti, come in una casa infestata da fantasmi. Ma sarà solo con la traccia successiva, Teardrops (“I can’t keep my grip, I’m slipping away from me”), che i Bring Me The Horizon porteranno a compimento questa escalation paranoide: partono da una sensazione di paura per approdare ad un inequivocabile principio di follia. Obey con YUNGBLUD è la canzone di stampo più complottista dell’intero lavoro (si, ho scritto complottista). Alternando riflessioni personali di una mente poco lucida ad imperativi categorici provenienti da entità esterne, Obey trasuda rabbia, indignazione e designa un punto cruciale di questo horror musicale: la presa di coscienza del protagonista. Il mostro esiste, ed è là fuori.

Fin qui la storia narrata si è mossa su una dimensione strettamente individuale, ma ecco la svolta: con Itch For The Cure (When Will We Be Free?) e Kingslayer (con Babymetal) i Bring Me The Horizon gettano le basi per ridestare gli animi assopiti di chi ascolta, iniziando così a muoversi su un terreno più ampio e inaugurare una mastodontica chiamata alle armi in onore della libertà tanto bramata non più da uno solo, ma da molti. Potremmo metter su l’esercito più forte tra tutti, dotarlo delle armi belliche più all’avanguardia del mondo, ma se c’è una cosa che i film horror ci insegnano è che tanto, alla fine, quelli sotto al letto sono i nostri mostri e di nessun altro. 1×1 sembra voler sottolineare l’inevitabilità di un processo per singolar tenzone tra ciò che siamo e ciò che ci spaventa.

Poi parte Ludens, la più catartica e bellicosa, una sorta di allegoria musicale dello scontro finale: al minuto 02:57 il liberatorio trionfo delle chitarre elettriche e l’inarrestabile doppio pedale della batteria sanciscono il momento clou della battaglia. Alla fine del brano, il mostro muore. Avete mai notato che nessun horror finisce bene? Certo, l’entità malvagia viene quasi sempre sconfitta, ma mai del tutto annientata. I registi più furbi e lungimiranti sanno di dover lasciare sempre sottintesa la possibilità che il male un giorno ritorni, e con esso la paura. One Day The Only Butterflies Left Will Be In Your Chest As You March Towards Your Death (questo il chilometrico titolo dell’ultima traccia) è la metaforica porta socchiusa a cui l’angoscia e la rabbia, il panico e la frustrazione potranno sempre bussare un’altra volta. Un capitolo finale risolutivo, ma non in senso assoluto. L’andamento melodico del brano e la voce di Amy Lee cristallizzano il tempo per quattro minuti e tre secondi, lasciando all’ascoltatore stimoli sonori gradevoli, ma non sensazioni emotive rassicuranti. Il brano termina con la voce di Oli Sykes che urla qualcosa di incomprensibile, eppure spaventoso. Cioè, capito? Altro che Sinister.