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“Power Up” degli AC/DC è 40 minuti di hard rock selvaggio

Gli AC/DC sono tornati e questa volta non era davvero da darsi per scontato. I problemi di udito che hanno allontanato Brian Johnson dal gruppo nel 2016, ed il successivo tour con Axl Rose, seguiti dalla morte di Malcom Young e dal ritiro di Cliff Williams, sembravano davvero la perfetta sceneggiatura di una fine annunciata. Poi, il miracolo. Brian Johnson torna in formazione e da quel che si sente in Power Up – il diciassettesimo album in studio che abbiamo ascoltato in anteprima – è più in forma che mai. Rientra anche Williams e la formazione dei viventi è tornata quindi al completo. In una bella intervista il tecnico del suono (il solito, perenne Mike Fraser: squadra che vince non si cambia) ha detto di esser stato prenotato senza sapere chi si sarebbe presentato e con quali brani. Se li è trovati davanti tutti, con in mano solo una bella serie di riff di chitarra di Angus – d’altronde, il suono degli AC/DC nasce inevitabilmente dai riff chitarristici di Young – attorno ai quali si doveva costruire i brani: dodici case perfette costruite sul cemento armato del marchio di fabbrica della band. Dunque, è successo qualcosa di simile a ciò che è accaduto per Letter to You di Bruce Springsteen: leggende viventi votate ad una spontaneità ed un’improvvisazione da ragazzini. E il risultato si sente: Power Up è bellissimo.

Scritto e prodotto da Dio, gli AC/DC suonano e cantano con una libidine da ventenni ed al terzo brano, non rischiassimo anche noi la rottura del femore, ci sarebbe da ballare sul tavolo. Da Realize in cui Jonhson canta “I’ve got the power to hypnotize/Make a play, mesmerize/Feel the chills up and down your spine/I’m gonna make you fly”, per passare alla già conosciuta Shot In The Dark. Poi ancora Systems Down, con i classici riff di Angus e Code Red che nell’intro sembra richiamare quel classico intramontabile che è Back in Black. Non sappiamo se ci sarà un futuro per il rock dal vivo, ma questo disco, come quello di Springsteen, dimostra che il rock, quello selvaggio, è tutt’altro che morto e che un presente di grande musica in studio c’è di sicuro. Tra il disco che feticisticamente auspicavo riportasse testimonianza del tour con Axl Rose e Power Up, nuovo di pacca e giovanissimo nella sua antichità, non c’è davvero paragone. I brani sono tutti molto validi, scritti e pensati con rispetto per l’epica ed il suono della band, ed è inutile una disamina brano per brano, basti dire che non ci sono cloni del passato, ma il marchio di fabbrica, inconfondibile, esce vivissimo da ogni canzone. Riff e ritornelli da stadio come se piovesse. Insomma, il miglior modo, per Brian Johnson, di festeggiare il quarantesimo compleanno con la band.