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“Medicine At Midnight” è veramente il “Let’s Dance” dei Foo Fighters?

Punk never dies è una frase che avrete sentito dire almeno una volta nella vostra vita. E il rock? Se apriamo la classifica FIMI (aggiornata alla settimana scorsa) nella top three troviamo Capo Plaza, da poco uscito con il secondo progetto discografico. Scorrendo la classifica, di singoli rock neanche l’ombra. Troviamo i Pinguini Tattici Nucleari, The Weeknd, Rocco Hunt & Ana Mena, per citarne alcuni. Stesso discorso vale per gli album. Nelle prime tre posizioni troviamo Capo Plaza, Sfera Ebbasta e Pinguini Tattici Nucleari. Anche qui, di alcun rock neanche l’ombra. Su Spotify la situazione è analoga. Ritroviamo sostanzialmente gli stessi artisti. Adesso, uno potrebbe tranquillamente dire che le classifiche non valgono nulla e che il rock non è morto. Che semplicemente a muovere gli ascolti sono i giovani che non hanno più idea di cosa voglia dire prendere una chitarra in mano o scrivere un testo che non contenga almeno un’imprecazione.

La realtà è che il rock continua ad essere pubblicato e l’ultimo album dei Foo Fighters, Medicine At Midnight arrivato oggi in occasione dei 25 anni di carriera della band, ne è la dimostrazione. Anticipato da ben tre singoli – Shame Shame, No Son of Mine e Waiting on a WarMedicine At Midnight, che ha richiesto un periodo di lavorazione breve, è stato segnato da eventi piuttosto strani. Grohl ha infatti attribuito i tempi ristretti sì all’abbondanza di materiale ma anche, e soprattutto, agli eventi paranormali avvenuti durante le sessioni di registrazione iniziate nel 2019 in una vecchia abitazione di Los Angeles. Oltre ai tre singoli, tra l’altro, nei giorni scorsi i Foo Fighters hanno pubblicato alcuni spoiler di Making a Fire, Cloudspotter e la title track. Insomma, contando che il disco è composto da nove tracce, per una durata complessiva di 37 minuti, i fan della band hanno potuto ascoltare i 3/4 dell’album ancora prima che fosse disponibile in commercio. Scelta opinabile contando anche l’importanza che si potrebbe attribuire a questo progetto.

Trattandosi del decimo album e del 25esimo anniversario della band, i Foo Fighters volevano qualcosa che suonasse fresco e diverso da quello che avevano fatto in precedenza. Per rendersi conto di come le influenze per questo disco siano cambiate, basta cercare su Spotify la playlist The Music Behind Medicine At Midnight che racchiude tutti i brani che hanno in qualche modo influenzato questo lavoro: tra MGMT e Iron Maiden, troverete anche David Bowie. Ed è stato lo stesso Grohl a paragonare le sonorità del nuovo album a quelle di uno dei più grandi progetti di Bowie, Let’s Dance («Pieno di inni e grandissimi brani rock da cantare. Sembra quasi un disco dance, ma non tuttavia un album EDM disco o disco moderno»). Prodotto da Greg Kurstin e dalla band stessa, Medicine At Midnight si propone esattamente così: come un disco traboccante di sonorità diverse e di canzoni rock da cantare.

Ad aprire le danze troviamo Making a Fire e Shame Shame, entrambe presentano sonorità diverse dal rock a cui ci hanno abituato negli anni i Foo Fighters. Ci sono poi Cloudspotter (ossia “colui che guarda le nuvole come attività ricreativa”) e Waiting For a War, terzo singolo estratto e probabilmente anche il più sentito da Dave Grohl. Il brano, che cresce esplodendo quasi senza controllo nel finale, è ispirato ad una conversazione fra il musicista e la figlia sulla possibilità che scoppi una guerra (“Just waiting on a war?”, si chiede Dave). Nella title track troviamo invece quelle sonorità dance di cui Grohl ha parlato per raccontare il disco: melodie che riportano alla mente non solo David Bowie, ma anche Michael Jackson. Si sente assolutamente l’influenza del Duca Bianco, forse più che in altri brani del disco.

Se No Son of Mine è il brano più potente e quello destinato a rimanere maggiormente nella testa e nel cuore dei fan, Chaising Birds è la traccia più inaspettata: una ballad romantica con sonorità totalmente diverse da quelle dell’intero progetto. La sensazione è quella di una canzone che non abbia molto a che fare con il resto di Medicine At Midnight, forse inserita per poter dare al progetto più completezza. Love Dies Young è invece la perfetta conclusione: un brano in cui si sente fortissima l’influenza del mondo pop che non solo racchiude perfettamente la voglia di far festa di Grohl, ma esprime pienamente l’intenzione dei Foo Fighters di portare un disco con sonorità diverse rispetto ai progetti precedenti.

Nonostante ci si trovi di fronte ad un disco riuscito e nonostante la voglia di sperimentare e proporre sonorità diverse, Medicine At Midnight suona quasi scontato (o anacronistico?). D’altronde, in un mercato discografico in cui domina il rap e l’indie pop, bisognava provare a fare di più. O forse, più semplicemente, nel 2021 il rock non è ancora morto, ma le preferenze degli ascoltatori si sono spostate verso altre realtà, come denota il grande successo del post-punk degli Idles e Fontaines D.C.

Benedetta Minoliti
Autore

Laureata in lettere moderne, da grande vorrebbe fare la giornalista (anche se ormai dovrebbe smettere di dirlo dato che non è più tanto piccola). Non esce mai di casa senza le cuffie, non saprebbe davvero come fare altrimenti. Fan sfegatata di The Killers e Oasis, le piace descriversi utilizzando una frase che Noel ha simpaticamente dedicato a Liam: «Sono una forchetta in un mondo in cui si mangiano solo zuppe».