Opinion musica

Massimo Pericolo con “Solo tutto” ci ha aperto il suo diario segreto

Distinguiti. Questo è l’imperativo categorico che le etichette, i manager, gli uffici stampa e perfino i SMM impongono agli artisti. La verità è che quando si diventa artisti professionisti (la natura ossimorica di questa coppia di sostantivi fa già sorgere qualche dubbio, ma per ora sorvoliamo) ci si deve assumere l’onere di essere, in qualche modo, colleghi di Freddie Mercury e Jeff Buckley, dei Pink Floyd e dei Genesis. E allora la domanda sorge spontanea: come ci si può distinguere? Come si può fare la differenza mettendo sul piatto qualità e innovazione? Alessandro Vanetti, in arte Massimo Pericolo, è un ragazzo sincero con sé stesso; sa di non avere la voce dei primi due artisti citati, né il sound dei due progetti con cui ho concluso quella frase. L’unica cosa che può renderlo diverso è proprio quella sincerità. Perché ci vuole talento ad essere delle rapstar, ma ci vuole anche più talento e più di un pizzico di fegato per essere sinceri con sé stessi, figuriamoci con un U-87 acceso davanti alle labbra.

Quando Alessandro diventa Massimo le cose non cambiano, anzi: è come se quei diari di psicoterapia, quelle confessioni dal parroco, quelle lunghe ore in chaise longue o banalmente quelle chiacchiere al telefono da ubriaco si amplificassero fino a raggiungere le orecchie di chissà chi, chissà dove. Solo tutto è un prodotto maturo, schizofrenico, viscerale e nel contempo acerbo, lineare e superficiale. Tutto è il contrario di tutto in questo disco, perché è ciò che contraddistingue la natura delle persone sincere: l’incoerenza. La capacità di cambiare, per poi tornare al punto di partenza. Se c’è un superpotere in cui Massimo Pericolo è, a modo suo, un fuoriclasse della scena, è proprio l’incoscienza con cui riesce a mettersi a nudo. C’è chi paga un professionista per farsi ascoltare – e attraverso anche questo processo, guarire – Alessandro invece ha trovato il modo di farceli i soldi. C’è una distonia semantica in quel che sto per dire ma: Solo tutto è un disco per voyeur. Perché non servono necessariamente gli occhi per guardare dentro ad una persona, se solo essa te lo lascia fare. Il racconto personale, in certi punti, si mescola con l’immaginifico o comunque la realtà si fa strada attraverso nuovi interpreti.

Per esempio, in AIRFORCE (feat. Madame) c’è un racconto urbano di un lui e una lei che, come in una rappresentazione teatrale, trovano negli interpreti la loro voce. Non c’è una voce narrante, onnisciente. Né in questo brano, né altrove nel disco (salvo un paio di eccezioni). È incredibile la nitidezza delle immagini che si disegnano in testa. Ci sono viaggi diversi, ma la sensazione, a fine ascolto, è che Solo tutto sia un concept album. I compagni di viaggio sono Venerus, Salmo, Madame, J Lord e ovviamente la costante Crookers. Un disco per empatici, sintetici o semplicemente curiosi. Una lunga confessione in barre rimate, vestite di autotune, con inserti di screaming e dissing (Salmo in CAZZO CULO chiede: “Chissà se questa merda piace ai cari tuoi? Non piacerà a quei babbi degli Arcade Boyz”). La verità è che questa roba piacerà agli Arcade Boyz, altrimenti la loro guerra (sacro)Santa contro la musica senza contenuto sarà stata persa. E questo sarebbe un vero peccato.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.