Interviste musica

Federico Zampaglione vuole solo fare musica che resti in eterno

Quando entro nella call, Federico Zampaglione sta arpeggiando un motivetto vagamente blueseggiante. «È un problema se intanto che parliamo io suono un po’?», chiede. Ovviamente no. Sembra essere quasi ossessionato dalla musica, non se ne stacca mai. Anche se non riesco a vederlo, è come se ci fosse una sorta di filo sottilissimo, ma al contempo solidissimo, che connette la sua anima alla musica. E infatti mi racconta che la notte precedente non ha dormito a causa del lancio di Ho cambiato tante case, l’ultima fatica discografica dei Tiromancino. «Io vivo malissimo l’uscita dei miei dischi: non tanto perché mi preoccupi il giudizio degli ascoltatori, ma più che altro perché questa notte per l’ultima volta potevo ascoltarlo solo io. Dunque mi svegliavo di continuo e me lo riascoltavo in cuffia». La gestazione di questo disco è stata lunga e, anche per questo, si è rivelata essere una sorta di antidoto per le sue ansie. Una specie di Maalox pieno di accordi e melodie, insomma, col quale è riuscito ad affrontare il periodo della pandemia.

C’è un brano del disco che mi è piaciuto particolarmente, s’intitola Questa terra bellissima. Secondo te può essere definito un inno ambientalista?
Quando l’ho scritta, insieme a mio padre e mio fratello, ricordo che volevo fosse una lettera d’amore al nostro pianeta e in senso più concreto ai nostri figli, ai quali lasceremo in eredità tutto questo. Ahimè, non stiamo facendo un buon lavoro in tal senso, ma c’è ancora tempo per rimediare. È un brano importante per me, non solo per il testo, ma anche per la parte musicale. Dentro c’è una commistione di stili che amo molto, tipo questo passaggio molto country, senti un po’ (prende la chitarra ed accenna la ritmica del pezzo ndr.).

Però ci sento anche altro.
Oltre al country western, si avvicina anche al mondo musicale dei Dire Straits, band che ho amato molto, specie da ragazzo. È anche per questo che abbiamo deciso di coinvolgere Alan Clark (tastierista dei Dire Straits ndr.), che con il suo apporto è riuscito a rendere knopfleriano il nostro brano. Credo che Questa terra bellissima verrà apprezzata dal pubblico perché non ha i soliti toni paternalistici. Ed è forse proprio per la difficoltà di scrivere in questi termini di un tema così responsabilizzante che, a pensarci bene, di brani così nel repertorio nostrano se ne contano veramente pochi.

Come è stato lavorare con artisti giovanissimi come Gazzelle e Franco126?
Ho avuto il piacere di confrontarmi con artisti con la “A” maiuscola, dei giovani leoni. Sento molti punti in comune con loro: vogliamo fare musica che resti e questo basta per dimenticare dati anagrafici e quant’altro. Sono persone estremamente mature e sono consapevoli che fare questo mestiere sia una cosa seria.

Dimmi di più sul tema della longevità delle canzoni.
Le canzoni sono come le persone: non vogliono morire mai. Le canzoni hanno un’anima e non vogliono certo vivere una settimana, o sei mesi. La canzone spera di attraversare il tempo e di rimanere nel cuore della gente. Vogliono essere il fulcro di un rito collettivo in cui le persone si aggregano e la intonano. Alcuni miei brani hanno avuto questa sorte, fortunatamente; venendo in taxi passavano Per me è importante, e molto spesso in questi anni mentre facevo le mie cose mi sono ritrovato a fruire di altri brani come Due destini o Un tempo piccolo alla tivù, oppure La descrizione di un attimo nell’esibizione di un talent. Ecco, lì capisci che la canzone sta facendo un percorso di vita. Molte volte i più giovani artisti fraintendono i segnali del business musicale e finiscono per confondere un grande successo radiofonico immediato con l’inizio di una gloriosa carriera planetaria. Magari però è solo un riconoscimento momentaneo. I ragazzi con cui ho collaborato, invece, sono consapevoli che scrivere una canzone piena di hashtag di tendenza è un rischio più che un vantaggio. Una canzone che va di moda è una canzonaccia. Le grandi canzoni devono sedimentare, e in questo io e i ragazzi abbiamo lo stesso punto di vista.

Loro sicuramente hanno imparato molto da te. C’è invece qualcosa che hai imparato tu da loro?
(Si prende qualche secondo per riflettere ndr.). C’è una cosa, parlando in modo pratico di musica e di scrittura, che mi ha colpito molto di loro: ossia la capacità di riconoscere la bontà di certi passaggi all’interno dei brani. Vedi, ad esempio io tendo a cestinare tutto se una strofa non mi convince. Loro invece, anche se hanno solo poche battute, iniziano a registrare, confidenti del fatto che prima o poi troveranno la loro collocazione giusta.

Come te la spieghi questa cosa?
Flavio
(Gazzelle ndr.) e Federico (Franco126 ndr.) sono nati nell’epoca della tecnologia e dunque registrare è un rito semplice, immediato. Per noi era diverso, ma proprio perché i tempi sono cambiati mi sto adeguando anch’io a questo modus operandi. Pensa quante potenziali belle canzoni ho buttato via in questi anni (ride ndr.).

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.