Interviste musica

Perché Sanremo è Sanremo, ma solamente se c’è Achille Lauro

Il leader politico Nelson Mandela trascorse ingiustamente 27 anni in prigione. Quando fu scarcerato diventò presidente del Sudafrica e vinse il Premio Nobel per la Pace. A proposito della sua liberazione, scrisse: “Uscendo dal cancello che mi avrebbe portato alla libertà mi sono reso conto che se non mi fossi lasciato alle spalle l’amarezza e l’odio, sarebbe stato come rimanere in prigione”. Achille Lauro non ha sicuramente patito la crudeltà della prigionia, ma, a suo modo, ha sempre fatto un uso creativo della propria libertà. Che si spogliasse delle sue vesti come San Francesco, o che si vestisse da Elisabetta I, Lauro ha dimostrato di sapersi trasformare, rinascendo ogni volta con una pelle diversa. Si è liberato dell’etichetta di rapper, di cantante, che lo limitavano nel suo essere così istrionico, ed ha abbracciato quella di performer. Sta tutto qui il senso di questa nuova partecipazione a Sanremo. Stupire? No. Reinventarsi. Per la quarta volta di fila. Dopo Rolls Royce, Me ne frego, e i favolosi quadri dello scorso anno, Lauro scende in pista con Domenica, ma stavolta lo fa con uno splendido cucuzzaro: l’Harlem Gospel Choir.

E a proposito di libertà, «la domenica è il giorno della settimana in cui siamo più liberi. È il giorno in cui si sceglie, ci si diverte, si esce, si scopa, si fa tutto quello che è bello fare», dice. Il principio regolatore è lo stesso di sempre: provocare seri problemi ai boomers conservatori. Un modo di essere rock & roll che in Italia non esisteva da un po’. «Se avessi voluto competere in quel panorama avrei portato una ballad, una 16 marzo, cercando di essere il meno divisivo possibile». Il sound, a suo dire estremamente popolare, ricorda il pop-rock di Rolls Royce, ma l’intento è quello di ricreare l’hype di Me ne frego. E a proposito di quel Sanremo: «Agli ascolti dicevano che Me ne frego faceva cagare, poi è stato un evento, forse una delle cose più dirompenti degli ultimi dieci anni di musica italiana, nel bene o nel male». Sarà sicuramente anche grazie ai look ideati per lui da Alessandro Michele. «La collaborazione con lui continua – dice – è un mio grandissimo amico, è una persona di una cultura eccezionale. C’è sempre un grande confronto, perché è un genio di oggi, una persona che ha cambiato la moda. In questi anni mi ha permesso di portargli dei progetti, delle idee. Quando ideammo la performance di Me ne frego, Alessandro ha sposato le mie idee ed ha aggiunto del suo. È stato davvero un progetto condiviso: noi siamo andati lì dicendo “vogliamo rappresentare questo, con questo concetto e queste forme”. Insieme a lui tutto il lavoro ha preso forma».

Così, quando gli chiedo se è ancora centrale l’outfit, il costume, il design, anche in questa nuova esperienza, lui risponde che la moda è un tutt’uno con ciò che compone il palcoscenico e la messa in scena. «Il travestimento, il costume, come definizione, è sbagliata. Forse riduttiva. Noi stiamo parlando di una proiezione vera e propria della canzone a livello visivo, per dare l’opportunità di far capire alle persone che cosa abbiamo in testa. Di conseguenza, anche una canottiera potrebbe essere definita “un costume”. È solamente una proiezione di me, di quello che ho in testa, e della canzone». Domenica sarà solo l’inizio di questo nuovo viaggio Lauriano. In programma c’è il repack del disco Lauro, un tour con orchestra e band, e un concerto-evento nel mondo del metaverso. Una novità assoluta (il primo in Europa), poiché assisteremo al primo evento nella terza dimensione che mette insieme fashion e musica, in un’esperienza che guarda al futuro e alle nuove generazioni. Gli utenti che parteciperanno potranno essere Lauro, vestirsi come Lauro, comunicare con Lauro e vivere la sua musica in maniera innovativa con le logiche del gaming. Insomma, Achille inventa, e si reinventa. Non so se Mandela avrebbe ascoltato Lauro. Sicuro avrebbe apprezzato questo vero spiraglio di libertà.

Stefano Molinari
Autore

25 anni, cuore rock e anima da balera romagnola. redattore, disturbatore telefonico e soubrette degli anni Novanta. Sul mio CV vanto anni di esperienza come sorseggiatore di Champagne in Provenza, ma la verità è che bevo ancora vino dal cartone. Parlo peggio di come scrivo, e penso peggio di come parlo (praticamente sono perfetto per un reality show).