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Quelle teste calde dei Jesus and Mary Chain sono ancora dei fuoriclasse

William e Jim Reid usavano definirsi «semplicemente disadattati». Padri dello shoegaze, genere che letteralmente stava per “guardarsi le scarpe”, lo sguardo basso sul palco lo mantenevano realmente, un po’ per via degli strumenti e dei pedali, un po’ per una malcelata timidezza. I fratelli Reid, prima del successo e dell’incontro fortuito con Alan McGee, erano soliti trascorrere le lente giornate di provincia in casa, davanti alla tv e le sere in camera a discutere di musica, con i Velvet Underground e gli Stooges in sottofondo. Timidi e riservati «eravamo troppo pigri per andare a lavorare, per questo ci siamo buttati nella musica», mi racconterà Jim. I Jesus and Mary Chain hanno appena concluso un lungo tour per celebrare Darklands. Una serie di live in cui sembrava di mettere sul piatto del giradischi il vinile del 1987, lasciando scorrere la puntina dalla prima all’ultima traccia. «Certo non credo rifaremo più un album per intero dal vivo, ma è stato bello farlo, a dir la verità si è rivelato introspettivo».

Jim Reid al telefono è sereno, sembra quasi si posizioni sul lettino di uno psicoterapeuta. I Jesus and Mary Chain hanno da poco firmato con la Fuzz Club Records ed è appena uscita una nuova deluxe edition di Damage and Joy, ultimo album firmato dai fratelli Reid datato 2017. Di recente è partito un nuovo tour che farà tappa in Italia (Ferrara e Roma). Sono di certo lontani i tempi dei concerti al Living Room di McGee, o quelli della durata record di quindici minuti, tra discussioni e risse. Oggi sul palco i fratelli Reid portano lo stesso intenso noise-pop degli inizi, buttandosi alle spalle tutte le complicazioni del caso: «Il fatto che ai tempi fossi molto timido non mi aiutava. Per questo sono iniziato a salire sul palco non essendo in me, sotto effetto di droghe». Le incomprensioni fraterne, alimentate dalle dipendenze hanno sicuramente contribuito alla pausa che sembrava essere definitiva dopo lo scioglimento nel 1998. «Quando la band si è sciolta ho iniziato un lungo periodo lontano da droghe e alcol. Il primo concerto completamente da sobrio è stato proprio il Coachella, il primo dalla réunion. È stato terrificante all’inizio ma poi ho capito che sono in grado di affrontare tutto anche senza l’aiuto delle droghe. Ora è bello essere me stesso». Ritrovarsi dopo anni sul palco, in veste diversa, la propria, senza perdere mai in credibilità, proseguendo la missione che aveva unito i due fratelli agli esordi: «Negli anni Ottanta eravamo disgustati da quello che girava in radio. Qualcosa stava andando orribilmente storto nella musica con i Duran Duran e Spandau Ballet. La nostra missione era quella di riportare il pop vero in giro».

Se ai tempi si trattava di «spazzatura inascoltabile», oggi, ad eccezione di qualcosa cool come le Wet Leg, caldamente consigliate dalle figlie adolescenti, (intona divertito Chaise Longue) la musica secondo Reid è un qualcosa di già sentito «Ci sono gruppi che sembrano suonare come i Joy Division o i BunnyMen. Ho una enorme collezione di dischi a casa, a questo punto preferisco mettere su quelli veri dei Joy Division». Attualmente i Jesus and Mary Chain sono al lavoro su una ventina di canzoni. Un album in cantiere dal 2020, rallentato dalla pandemia, ripreso a pieno ritmo da novembre scorso. Jim è completamente a suo agio, tra sorrisi e confidenze. Approfitto per un’ultima domanda sul rapporto con William. «Ci sono ancora up and down. Dall’esterno la gente si chiede come sia possibile che siamo ancora qui insieme. Ma, come i Gallagher dimostrano, non c’è niente di più intrigante di una lite tra fratelli. I Jesus and Mary Chain sono così, prendere o lasciare».