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La vita è troppo breve per fingere che non ti piacciano i 1975

A distanza di due anni da Notes on a Conditional Form, considerato da molti «un pasticcio incoerente di pretenzioso nulla», i 1975 tornano sui loro passi con Being Funny in a Foreign Language, un disco decisamente più a fuoco, ma che provoca sensazioni contrastanti. Non che i precedenti lavori fossero più semplici, certo. Sappiamo che i brani di Matthew Healy non sono di facile comprensione: i testi ironici, contraddittori e pungenti sono intrisi di black humour e contorte critiche alla società. Parole ambigue si amalgamano a sonorità romanticamente dance e synth-pop, facendo di questo aspetto il loro marchio di fabbrica. Un gusto per l’eccesso che in Being Funny in a Foreign Language viene però placato, lasciando spazio ad una simil-sobrietà che permette di intravedere una certa maturità. Sarà perché si tratta solo di undici tracce e una durata totale di quarantaquattro minuti, con titoli corti e abbastanza minimal, elementi opposti rispetto a come i quattro di Manchester ci avevano abituati in passato. I 1975 sono diventati grandi e, oltre ad un nuovo equilibrio, hanno dovuto trovare anche nuove soluzioni per continuare a esistere come band.

Being Funny in a Foreign Language fa domandare se non sia il frutto di un lavoro pigro caratterizzato da mancanza di idee, solamente per mandare avanti la baracca, ovvero per necessità di fare musica senza però voler realmente fare qualcosa di rilevante per la loro carriera. Difficile dirlo. Ad un primo ascolto (e anche ad un secondo) il disco sembrerebbe infatti molto confuso: l’effetto è particolarmente straniante, ma dopo un po’ i pezzi iniziano a prendere una posizione più chiara e ci si rende conto che nel complesso funziona, anche i brani più complessi risultano puliti e senza sbavature. La sensazione è che i 1975 stiano raccogliendo i residui dei primi due album, padroneggiando le sonorità che da sempre li hanno caratterizzati, ma inserendoci qualcosa di spiazzante per non risultare banali, forse in maniera un po’ troppo forzata, perché in quanto a produzione il cambio di rotta in fase di lavorazione si sente. Tra BJ Burton e Jack Antonoff c’è un abisso, e il risultato è che sembra di passare da Bon Iver (The 1975) a Taylor Swift (When We Are Together) nel giro di pochi minuti, con Part Of The Band a fare da ponte tra i due.

I brani più familiari come Happiness e I’m In Love With You sono ben riusciti, dopotutto mantengono quel pop ottimista di cui i 1975 sono esperti, così come Looking For Somebody (To Love), dalle essenze anni Ottanta e Oh Caroline il pezzo più interessante del disco, romantico e affascinante. Bene la delicata About You, mentre All I Need To Hear e Human Too non convincono insieme a Wintering – forse l’unica vera traccia a cui non si riesce a dare un senso. Si tratta sicuramente di un album meno pretenzioso rispetto ai precedenti, dove si enfatizzano le qualità del gruppo senza cercare di strafare. Gli errori del passato sono stati eliminati, resta solo da capire se Matt Healy si sia davvero rialzato. Ma, come ha scritto Lewis Capaldi in un tweet pubblicato il giorno dell’uscita di Being Funny in a Foreign Language – e che prendiamo gentilmente in prestito per titolare questa recensione – la vita è troppo breve per fingere che non ti piacciano i 1975.

Valentina Dragone
Autore

Nata in un freddo sabato sera d’inverno, da allora la mia esistenza è stata sempre in bilico tra le feste e il divertimento e il buio dell’incertezza della vita e della solitudine. Metteteci pure che sono laureata in filosofia e allora la faccenda si complica.