dark mode light mode Search Menu
Search

Cassio – La musica mi ha insegnato a perdere

In un sistema musicale spesso guidato dalle mode, un artista che fa della sincerità la sua forza si distingue, eccome. E Cassio rientra tra questi

In un sistema musicale spesso guidato dalle mode, un artista che fa della sincerità la sua forza si distingue, eccome. Cassio è un talento unico e la sua musica è un viaggio profondo nell’anima e nelle esperienze personali, con influenze che vanno dal punk al folk, passando per le icone degli anni Novanta. La sua arte è una terapia e un atto di auto esplorazione. Simone ci parla di come flirta con la vulnerabilità trasformandola poi in un distillato di musica autentica.

Come stai?
Direi che non mi lamento.

In che momento della tua vita arriva questa nostra prima chiacchierata assieme?
Arriva in un momento in cui mi sento come il pupazzetto di Mr. Muscolo, quello con le braccia che si allungano. Nel mio caso non si allungano certo perché il mondo reclami un pezzo di me, ma perché cerco di tenere insieme i cocci delle parti importanti della mia vita. Se ci penso bene mi sento così da anni.

A tal proposito, in che modo la tua musica si adatta alle diverse fasi della tua vita e delle tue esperienze personali?
La mia musica esiste solo in funzione delle fasi e delle esperienze della mia vita. Ci sono momenti dove guardo il mondo e sembra che non abbia niente da dirmi, e allora mi guardo dentro. Ci sono altri momenti dove sembra che ogni cosa mi parli in una lingua che apparentemente capisco solo io… Se passano una manciata di giorni senza che abbia scritto qualcosa di decente comincio a sentirmi male, comincio a sentirmi come se la mia presenza su questo mondo sia qualcosa di estremamente trascurabile. La verità è che non ho mai scritto per essere capito, o tantomeno apprezzato, per me è semplice, è solo terapia.

Qual è il ruolo dell’autoesplorazione nella tua musica e nella tua crescita personale?
L’autoesplorazione è importante tanto quanto l’esplorazione del mondo che mi circonda, anzi, a dirla tutta credo che non si possa mai capire il mondo che ci circonda se prima non si fa un giro nel labirinto che esiste dentro ognuno di noi. Ci sono molti modi di esplorarsi, c’è l’autosabotaggio, c’è il piangersi addosso e c’è pure il farsi pena da solo. Ma la profondità di un essere umano probabilmente dipende proprio da quanto questo è in grado di scavare dentro di sé. Come dicevo, è terapia.

-Parlando invece di influenze esterne: che musica ami? Qual è la band o il disco che più ha segnato la tua vita?
In realtà la musica che ascolto io è molto diversa dalla musica che faccio io. Perlomeno musicalmente. Attualmente ascolto un sacco di folk, per esempio. Nella vita ho sposato l’attitudine punk, dai Ramones e i Clash, ai Blink-182 e i Green Day. Ho amato follemente quello che era la scena emo degli anni Novanta e Duemila, ho ascoltato fino alla noia i Neutral Milk Hotel e i Pavement, ma anche i Postal Service e gli Strokes. Ho avuto i periodi gipsy e klezmer e il periodo trap, ho avuto tutti i periodi dagli anni Cinquanta in poi. Credo che il senso della melodia che mi ha segnato di più é quello degli anni Cinquanta e Sessanta. Sono andato a un sacco di rave, ci vado ancora spesso, ma se dovessi dire chi mi ha cambiato la vita direi che sono stati i Velvet Underground ed Elliott Smith. Non direi che mi piace solo la musica triste, direi che la sofferenza che emerge da certa musica mi sposta, e comunque i musicisti felici mi stanno sul cazzo.

Parlando del tuo processo creativo, quali emozioni o esperienze personali hanno ispirato le tue nuove composizioni?
Io parlo quasi sempre di cose che vivo nel momento in cui le vivo, facendo eccezione per le cose di quando ero bambino. Ultimamente ho spaccato di nuovo la mia vita in mille pezzi, vivo sull’altalena, e questo mi fa scrivere cose di cui sono sicuro nel momento in cui le scrivo, ma spesso il tempo mi dà torto. Comunque preferirei non specificare i miei disastri personali, mi sentirei stupido.

Qual è stata la sfida più grande che hai affrontato durante la produzione di queste nuovi brani e come l’hai superata?
La produzione di questi brani è stato uno dei momenti più difficili della mia vita. Questo EP è per me uno degli spartiacque più grandi che abbia mai visto. Probabilmente segna un punto che divide la mia storia tra qualcosa che era e qualcosa che diventerà. La sfida più grande è convivere con la mia storia. Non vi annoierò con i particolari.

Foto di Francesca Di Fazio

Cosa ti fa sentire più vulnerabile quando ti esibisci o quando condividi la tua musica con il pubblico?
Io mi vergogno di tutto, mi vergogno da sempre, mi vergogno da quando mamma mi puliva il naso. Non amo apparire, e se lo faccio cerco sempre riparo nello stravolgermi e dire cazzate. Per tutto il tempo vorrei solo essere invisibile.

Parlando di sperimentazione, quali nuovi elementi o approcci hai introdotto in questi nuovi brani rispetto ai tuoi lavori precedenti?
In questi brani ho aggiunto solo degli archi veri e ho tolto quasi tutto il resto. In nessuno dei tre pezzi c’è il basso e in uno solo c’é la batteria. Ho sperimentato con la voce e con le tonalità. Comunque sperimento di continuo, le canzoni che sto producendo in questo periodo sono completamente diverse, di nuovo, mi invento a suonare strumenti nuovi o riprenderne in mano di vecchi, come la fisarmonica.

Cosa pensi che il tuo pubblico debba sapere di te per comprendere veramente la tua musica?
Mi sento in colpa perché mi rendo conto che non sono un tipo che riesce a raccontarsi nelle interviste, vi chiedo scusa. Spero che come sono si capisca bene già da quello che scrivo, se pensassi di dover dire qualcosa per far capire la mia musica penserei anche che mi spiego di merda.

Hai mai sperimentato un blocco creativo durante la tua carriera? Come hai affrontato questa sfida?
Ho passato due o tre anni senza toccare la chitarra ed erano gli anni dove la mia salute mentale non era proprio in salute. Mi sono sentito di merda. Mi sono curato e ho ricominciato a scrivere. Sinceramente sono talmente inquieto che non ho mai avuto momenti in cui non avrei avuto di che parlare. La mia vita é abbastanza incasinata che mi trovo a scavare costantemente, forse lo faccio da sempre.

Qual è il più grande insegnamento che hai tratto dalla tua esperienza musicale finora?
La musica mi ha insegnato a perdere.

Qual è stata la reazione più sorprendente o significativa che hai ricevuto da un fan riguardo alla tua musica?
Dal vivo succede spesso vedere persone piangere, il che non sono sicuro sia una cosa buona… comunque questa loro reazione mi lascia sbalordito, perché io non piangerei mai ad ascoltarmi.

Parlando di successo, come definisci personalmente il concetto di “realizzazione” come artista?
Certo non mi sento realizzato quando le persone mi dicono cose bellissime, quelle sono solo punture di autostima a una persona che non è capace di stimarsi. Sapere che qualcosa che scrivo io è la colonna sonora della giornata di qualcuno mi fa sentire meno inutile. Immagino che “realizzato” sia qualcosa che non visualizzo neanche, è giusto che la mia musica non piaccia a tutti. Mi sento bene sapendo che scrivo quello che voglio, come voglio, ma non so se era proprio questa la domanda.