Quattro ottave, una voce capace di passare dal sussurro all’urlo e una scrittura attraversata da inquietudine, solitudine e desiderio di redenzione. Chris Cornell è stato uno dei grandi protagonisti del rock americano degli ultimi trent’anni: prima con i Soundgarden, poi con i Temple of the Dog e gli Audioslave, infine attraverso una carriera solista che ne ha mostrato il lato più intimo e vulnerabile. Nato artisticamente nella Seattle che avrebbe dato origine al grunge, Cornell non è mai rimasto prigioniero di quella stagione. Hard rock, psichedelia, folk e soul hanno convissuto in una discografia nella quale la sua voce è rimasta l’elemento immediatamente riconoscibile. La morte, il 18 maggio 2017, ha inevitabilmente aggiunto un’ombra tragica alla sua storia. Ma sono soprattutto le canzoni a raccontare chi fosse davvero Chris Cornell.
Black Hole Sun
Se esiste una canzone capace di rappresentare i Soundgarden anche per chi non ha mai ascoltato un loro album per intero, è Black Hole Sun. Pubblicata nel 1994 all’interno di Superunknown, nasce da una delle intuizioni più celebri di Cornell: l’espressione “black hole sun”, comparsa nella sua mente quasi per errore mentre ascoltava una frase alla radio. Da quelle tre parole costruì un universo. Il brano ha qualcosa di contemporaneamente rassicurante e sinistro. La melodia potrebbe quasi appartenere a una ballata psichedelica degli anni Sessanta, mentre chitarre e armonie producono una sensazione costante di instabilità. Anche il testo procede attraverso immagini più evocative che narrative: serpenti, cieli morti, uomini disonesti, un sole nero chiamato a cancellare tutto. Il videoclip, grottesco e surreale, fece il resto, trasformando Black Hole Sun in una delle immagini definitive dell’alternative rock degli anni Novanta. Ma sotto la superficie spettacolare rimane una canzone profondamente cornelliana: bellissima e inquietante nello stesso momento.
Like a Stone
Gli Audioslave avrebbero potuto essere semplicemente una superband: il cantante dei Soundgarden davanti alla sezione strumentale dei Rage Against the Machine. Like a Stone dimostrò invece quanto l’incontro avesse prodotto qualcosa di autonomo. Pubblicata nel 2003, è costruita intorno a una delle interpretazioni più controllate di Cornell. Nessuna necessità di dimostrare quanto in alto possa arrivare la sua voce. Il canto rimane sospeso, quasi rassegnato, mentre Tom Morello costruisce intorno a lui uno dei suoi assoli più riconoscibili. Spesso interpretata come una canzone romantica, Like a Stone parla soprattutto della morte e dell’attesa. Cornell immagina un uomo che contempla l’aldilà senza affidarsi completamente a una religione, aspettando di ritrovare le persone perdute. Il risultato è una preghiera senza chiesa, una canzone spirituale scritta da qualcuno che continua a interrogarsi senza pretendere di avere una risposta.
Fell on Black Days
Poche idee sintetizzano meglio l’universo lirico di Chris Cornell. Fell on Black Days, contenuta in Superunknown, non racconta una tragedia precisa. Ed è proprio questo a renderla così efficace. I “giorni neri” di Cornell arrivano senza una ragione evidente. La vita apparentemente continua, ma qualcosa dentro cambia improvvisamente colore. È la sensazione di svegliarsi e scoprire che ciò che fino al giorno precedente sembrava familiare è diventato estraneo. Anche musicalmente i Soundgarden evitano qualsiasi soluzione semplice. Il ritmo ondeggia, il riff sembra continuamente spostare il terreno sotto i piedi dell’ascoltatore e Cornell canta trattenendo gran parte della potenza che avrebbe potuto utilizzare. Non c’è esplosione liberatoria. Soltanto la consapevolezza di essere entrati in un luogo dal quale non si sa ancora come uscire.
Hunger Strike
Nel 1990 morì Andrew Wood, cantante dei Mother Love Bone e amico di Cornell. Da quel lutto nacque Temple of the Dog, progetto inizialmente concepito come omaggio personale e destinato, quasi accidentalmente, a diventare uno dei dischi fondamentali della scena di Seattle. Hunger Strike è il momento simbolo dell’album. Cornell aveva scritto la canzone, ma durante le prove una parte del brano risultava particolarmente difficile da interpretare. Un giovane cantante che si trovava nello studio intervenne quasi spontaneamente. Si chiamava Eddie Vedder ed era appena arrivato a Seattle per unirsi alla band che sarebbe diventata i Pearl Jam. L’alternanza tra le due voci trasformò Hunger Strike in qualcosa di irripetibile. Cornell vola verso l’alto, Vedder risponde con il suo registro baritonale. Due delle voci destinate a definire gli anni Novanta si incontrano praticamente prima che quella storia sia cominciata.
Seasons
Chitarra acustica, accordature insolite e una voce. Per comprendere quanto Cornell fosse diverso dallo stereotipo del cantante hard rock basta ascoltare Seasons. Scritta per la colonna sonora di Singles di Cameron Crowe e pubblicata nel 1992, la canzone mostra un autore quasi completamente solo. Non ci sono muri di chitarre dietro i quali nascondersi. Tutto dipende dalla melodia e dall’interpretazione. Cornell canta il trascorrere del tempo, l’isolamento e quella strana sensazione per cui il mondo sembra continuare a muoversi mentre noi rimaniamo immobili. È uno dei primi esempi davvero compiuti di quella dimensione acustica che avrebbe avuto sempre più spazio nella sua carriera solista. E dimostra una cosa fondamentale: tolta tutta la potenza dei Soundgarden, rimanevano comunque le canzoni.
The Day I Tried to Live
Superunknown è attraversato continuamente dall’idea dell’isolamento, ma The Day I Tried to Live introduce una piccola variazione: il tentativo di uscirne. Il protagonista decide, almeno per un giorno, di comportarsi diversamente. Di abbandonare le proprie abitudini, entrare nel mondo, partecipare alla vita degli altri. Non è però una storia di redenzione. Il tentativo si trasforma rapidamente in frustrazione. La grandezza della canzone sta proprio in questa ambiguità. Il titolo potrebbe sembrare una dichiarazione di rinascita, ma Cornell racconta quanto possa essere difficile persino compiere il primo movimento verso l’esterno. Anche la musica sembra opporre resistenza: tempi irregolari, riff circolari e improvvise aperture melodiche costruiscono un brano che avanza continuamente senza trovare un terreno davvero stabile.
You Know My Name
Nel 2006 Chris Cornell ricevette una proposta apparentemente lontanissima dall’universo dei Soundgarden: cantare il tema principale del nuovo film di James Bond, Casino Royale. Il risultato fu You Know My Name. Cornell scrisse il brano insieme al compositore David Arnold e riuscì nell’impresa di realizzare una canzone perfettamente inserita nella tradizione di Bond senza trasformarsi nell’imitazione di un classico del passato. La scelta era particolarmente adatta al film. Casino Royale presentava per la prima volta il Bond di Daniel Craig, più giovane, violento e vulnerabile. Cornell gli costruì intorno una canzone muscolare ma inquieta, nella quale l’eroismo convive continuamente con l’idea delle conseguenze. Per un artista nato nell’underground di Seattle, ritrovarsi sui titoli di testa di uno dei franchise cinematografici più famosi del mondo avrebbe potuto sembrare un punto d’arrivo improbabile. Cornell riuscì a farlo senza smettere di sembrare Cornell.
Cochise
Un riff di Tom Morello. Un’esplosione ritmica. Poi quella voce. Cochise fu il biglietto da visita degli Audioslave e servì immediatamente a chiarire che Cornell non aveva intenzione di ricostruire i Soundgarden con musicisti differenti. Il titolo rimanda al capo apache Cochise, figura che Cornell associò all’idea di dignità e resistenza. Ma è soprattutto la performance vocale a dominare il pezzo. Dopo anni complicati e la fine dei Soundgarden, Cornell sembrava utilizzare Cochise per ricordare al mondo cosa fosse ancora capace di fare. Quando arriva il ritornello, la voce non sembra semplicemente sovrapporsi alle chitarre: combatte con loro. Era il 2002. Il grunge apparteneva ormai al passato e il rock americano stava attraversando un’altra trasformazione. Cornell aveva trovato il modo di ricominciare.
Sunshower
Pubblicata alla fine degli anni Novanta e successivamente legata anche al periodo del primo album solista Euphoria Morning, Sunshower appartiene al lato più delicato della scrittura di Cornell. Qui la sua voce perde quasi completamente l’aggressività associata ai Soundgarden. Al centro rimangono la chitarra acustica, una melodia malinconica e quella particolare capacità di Cornell di trasformare immagini naturali in stati emotivi. È una caratteristica che attraversa molta della sua produzione meno conosciuta: pioggia, sole, stagioni, cielo e acqua non funzionano semplicemente come scenografia. Diventano un vocabolario attraverso il quale parlare di perdita, cambiamento e memoria. Sunshower non possiede l’impatto immediato di Black Hole Sun o Like a Stone. Ed è proprio per questo una delle canzoni più utili per capire l’autore nascosto dietro il cantante.
Nothing Compares 2 U
La canzone non è sua. La scrisse Prince e fu Sinéad O’Connor a trasformarla in un successo mondiale nel 1990. Eppure la versione di Chris Cornell è diventata uno dei momenti più amati della fase finale della sua carriera. Cornell la spogliò quasi completamente, riportandola alla voce e alla chitarra acustica. Non cercò di competere con l’interpretazione di O’Connor e nemmeno di reinventare radicalmente la composizione. Fece qualcosa di più semplice: la portò dentro il proprio linguaggio. Negli ultimi anni della sua vita questo formato era diventato fondamentale. Cornell saliva sul palco praticamente da solo, attraversando Soundgarden, Audioslave, Temple of the Dog, cover e materiale solista come se appartenessero tutti allo stesso repertorio. Ed effettivamente, nelle sue mani, finivano per appartenervi.