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“Oasis: Don’t Look Back in Anger” è una lezione sul perdono

Due fratelli, sedici anni di silenzi e una reunion impossibile. “Oasis: Don’t Look Back in Anger” di Steven Knight racconta il ritorno della band e il potere della musica di ricucire il passato e riportare milioni di persone a casa

La sera del 28 agosto 2009 tra le calle veneziane serpeggiava una banalissima quanto maliziosa voce che vedeva protagonisti di un furioso litigio due fratelli, i più famosi della musica britannica. «Hai sentito degli Oasis? I Gallagher hanno litigato ancora». «Stavolta la cosa è seria. Si sono sciolti». La me diciannovenne, che si era furbamente riservata un paio di giorni nella Serenissima prima della trasferta milanese per la seconda volta in cui avrebbe rivissuto il sogno di vederli dal vivo, alzava le spalle con diffidenza e superiorità, accusando quelle voci di eccessiva drammaticità, abituata com’era al vivace temperamento dei due. Eppure, un internet point dal collegamento lento e antiquato bastò per confermare le voci che giungevano sempre più insistenti dalle telefonate di parenti e amici. Gli Oasis quella volta si erano sciolti, per davvero. Steven Knight (Peaky Blinders, A Thousand Blows) affascinato dal peso del successo planetario di una band e dal successivo lutto da scioglimento e silenzi fraterni ultradecennali, decide di mettere mano a una narrazione interrotta, che improvvisamente, inaspettatamente riprende vita. Non importa come e dove. Chi ha fatto il primo passo e chi ha preso in mano un telefono. Steven Knight, Dylan Southern e Will Lovelace con Oasis: Don’t Look Back in Anger decidono di raccontare di due fratelli, persi e ritrovati, di destini di gente comune salvati dalla musica, quella degli Oasis.

Il racconto di vita vera accomunata da una stessa colonna sonora. Quella che riparte da una sala prove e quella di chi sognava di rivedere i Gallagher di nuovo insieme. Liam, borsone alla mano, entra con il suo ciondolamento spavaldo in sala prove. Nessun saluto, solo un commento sulla batteria. Non è dato sapere se sia felice di essere lì. Attacca con la prima canzone. «Ma si diverte o no quando viene qui?» Si domanderà spontaneamente Noel, chiedendo conferma al resto della band. Dio solo sa quanto Liam abbia sognato quel momento. «È che te ne deve fregare moltissimo per non fregartene un ca» ne risponderà a riguardo in un’intervista. Nessuno si sarebbe più immaginato la stessa band del 2009 tornare su un palco. Non di certo Noel, che, limitato da quel difetto del non perdono reiterato, continuava a faticare nel costruirsi l’immagine di sé affiancata a quella di Liam anche quando quelle prove erano cominciate. Eppure, tra i ricordi e l’inizio del tour che ha portato la reunion degli Oasis a collezionare record di biglietti in tre diversi continenti, si assiste a un progressivo quanto naturale sciogliersi di barriere, al commovente sgretolarsi di muri d’orgoglio cementati dagli anni, tra tenere dichiarazioni e gesti inaspettati. Knight, Lovelace e Southern affidano ai fatti, ai gesti, al coinvolgimento sottopalco dei fan il miracolo fraterno, non con un biopic («Nessuno potrebbe interpretare Liam Gallagher se non lui stesso», spiega in conferenza stampa Steven Knight) ma con un vero e proprio documentario: testimonianze di vita vera che conducono quella narrazione così complessa al naturale evolversi di un rapporto fraterno, alla maturità, al passato da lasciar andare, una volta per tutte. «Non me lo ricordavo così divertente», dichiarerà Noel del fratello, così serio in sala prove, così iconico sul palco.

E poi ancora e soprattutto, l’inaspettato effetto della reunion sulle persone. La musica che muove tutto. Il superpotere che «non fa di noi dei supereroi», dirà Liam, ma semplici mezzi con cui salvare le persone, staccarle da un presente pesante, da eventi surreali e drammatici, regalando veri e propri momenti mistici. Ed è qui che la narrazione si affida totalmente ai volti, ai sorrisi, alle lacrime, alle urla, agli abbracci di milioni di persone che hanno riempito stadi, parchi dall’Inghilterra all’America fino al Giappone e alla Corea. Un assistere ad esperienze altrui, rivivendo le proprie, un riaffiorare intenso di ricordi di adolescenza temporalmente lontani ma così emotivamente vicini a quelli dell’estate 2025, attraverso una liturgia catartica celebrata dalla musica, la loro. Oasis: Don’t Look Back in Anger è un regalo dalla forte intensità emotiva. Per i fan e per quei due fratelli che ora non hanno più motivo di guardarsi indietro con rabbia. La proiezione in sala a Venezia chiude un cerchio. Gli Oasis per quella diciannovenne si sono sciolti tra le calle veneziane. Li ha ritrovati una ultratrentenne, lì nella stessa città, più vicini che mai.