Recensioni musica

Dieci consigli utili per ascoltare “Who Built the Moon?” di Noel Gallagher

«È lui (il produttore David Holmes ndr.) la prima influenza del disco. Voleva guidarmi in una nuova direzione e perciò mi ha proibito di comporre a casa da solo, senza di lui. Ogni volta che scrivevo qualcosa che suonava anche lontanamente come gli High Flying Birds o gli Oasis mi fermava. Per il primo anno è stato frustrante, ero confuso. Ma appena ho capito la direzione in cui si stava andando ho cominciato a divertirmi». Ovviamente a parlare è l’ex Oasis. Questa dichiarazione è il sunto più vero e concreto di , il terzo album in studio dei Noel Gallagher’s High Flying Birds. E proprio da qui partono tutte le considerazioni e le valutazioni del caso. Quello che segue è il manuale d’uso per un ascolto responsabile.

UNO: Prendere atto del fatto che l’autore dell’album ha scritto Don’t Look Back in Anger.
DUE: Partire dal presupposto che sarebbe opportuno ascoltare più volte e metabolizzare le tracce prima di uscirsene con considerazioni affrettate. Tuttavia i tempi giornalistici ci impediscono di fare lo stesso anche noi.
TRE: Convenire del fatto che avventurarsi in una via impervia come quella della sperimentazione è sempre coraggioso, figuriamoci se i tuoi sostenitori – i cosiddetti noeliani – si aspettano pezzi dal mood Oasis e invece te ne esci con missaggi e sonorità che incontrerebbero più i gusti dei fan di altri generi (rock psichedelico?).
QUATTRO: Riconoscere che effettivamente quando Noel gioca a fare gli Oasis, finisce per scrivere capolavori. Peccato che in questo caso l’unico pezzo che abbia queste caratteristiche è la bonus track (Dead In The Water). E se la bonus track supera di gran lunga gli altri pezzi dell’album beh, allora forse qualche domanda è il caso di porsela. Soprattutto se con quella formula magica chiamata brit pop ci hai riempito gli stadi per un decennio diventando “più grande di Dio” (potete immaginare il perché del virgolettato).

CINQUE: Dividere l’album in due sezioni molto diverse tra loro. La prima dalle sonorità elettroniche, la seconda più rock. Lo spartiacque è rappresentato dalle tracce She Taught Me How to Fly (quello della tipa che “suona” le forbici, per intenderci) – che è un trip vero e proprio – e Be Careful What You Wish For, dove è nitido il tributo a Come Together dei Beatles e caratterizzante l’impiego dello strumento principe del rock & roll, la chitarra. A condire il tutto, degli interludi molto raffinati e sperimentali dal sapore mistico e surreale che effettivamente sembrano usciti da una navicella spaziale (Interlude, End Credits, ma anche Fort Knox, l’intro ambient del disco che lascia percepire solo appena la voce del cantautore di Manchester).
SEI: Leggere una involuzione musicale che sinceramente rattrista (e molto), ma nel contempo una nuova affermazione di Mr. Gallagher come poeta contemporaneo. La cura dei testi e la natura delle tematiche affrontate è sempre di invidiabile fattura.
SETTE: Individuare affinità tra la componente scarsamente coinvolgente che, come un involucro, riveste Who Built the Moon? con le performance di apertura dello stesso Noel nei concerti degli U2: palco spento, luci abbassate e impiego dell’impianto acustico intorno al dieci percento.
OTTO: Nutrire seri dubbi sul buon gusto di Noel in termini di visual art. I video dei singoli fatti uscire fin qui sono una brutta copia dei video montaggi della seconda metà degli anni ’70, quando i collage erano il mezzo espressivo più forte. Come già detto Dead In The Water è un mezzo capolavoro, ma ascoltarlo in cuffia senza lasciarsi confondere da quell’orrenda clip è quanto di più saggio si possa fare per renderle giustizia.
NOVE: Criticare la caratura degli arrangiamenti e la spocchia snaturante del sopracitato David Holmes, che ha firmato la direzione artistica. Questo signore ha preso sotto la sua ala protettrice un leone (Noel Gallagher ha già ampiamente dimostrato di esserlo) credendolo uno squalo. Alla fine con Who Built the Moon? l’ha chiuso in un acquario.
DIECI: Sperare con tutto se stessi che il tempo cambi la visione dei fatti mostrando facce nuove di un progetto ad oggi inspiegabilmente deludente.

Il mondo ha bisogno di canzoni come Little By Little, The MasterplanDon’t Look Back in Anger e Noel non può certo privarcene ancora a lungo. Perché l’arte è un’opportunità, e sprecare le proprie risorse in cerca di nuovi linguaggi è a dir poco irresponsabile e comunque non sta portando frutti.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.