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Carl Brave, meglio before che after

30 novembre 1979: esce The Wall dei Pink Floyd, l’album più politicamente impegnato della storia della musica. 30 novembre 1982: esce Thriller di Michael Jackson, l’album più venduto della storia della musica. 30 novembre 2015: esce Mainstream di Calcutta, l’album che decreta la nascita di un nuovo genere neo melodico indipendente ed alternativo. 30 novembre 2018: escono Punk di Gazzelle e Notti Brave After di Carl Brave, rispettivamente l’album più interessante del panorama itpop (insieme a Faccio un casino di Coez) e l’album più deludente del nuovo rap melodico.

Spiace a tutti, noi per primi, sia chiaro. Polaroid è stato uno dei prodotti più freschi ed innovativi degli ultimi anni e Notti Brave (parte uno) è un buon album, fatto di hit buone da ascoltare con un Martini in spiaggia e gli occhiali da sole un po’ insabbiati. Questo nuovo capitolo arriva troppo troppo presto, a seguito di una tournée veramente di successo che ha fatto dimenticare a tutti lo spread e la disoccupazione. Ma questo after non è abbastanza convincente, causa la ristretta gamma di tematiche (le stesse di Notti Brave ma ancora più alleggerite da un vocabolario che purtroppo sembra più un bignami).

Dal primo ascolto di Polaroid ci siamo chiesti quando sarebbe finita l’inventiva nel raccontare in modo originale queste (appunto) diapositive di una romanità che fa simpatia e che piace un po’ a tutti. Purtroppo quel giorno sembra arrivato, perlomeno per la penna di Carlo, che si trova a pubblicare un album che è più un lato B del primo, che un nuovo disco. Peccato, dicevo, perché la magia di Polaroid sembra essersi dissolta nell’aria, come un buon eau de toilette, o forse addirittura una fragranza di colonia.

C’è comunque del buono indubbiante in Notti Brave After; c’è un buon pezzo con Max Gazzè, corredato da un videoclip veramente innovativo e contemporaneo, c’è un brano, Merci, che mantiene la vena spiritosa del girovago Carlo il quale, come Pio e Amedeo, sembra girare l’Europa con due lire (ricordate Interrail?). Questa volta, ovviamente, l’ingenuità imperante del bambinonone di quasi due metri si esplica in un viaggio parigino in cui la burla meno politically correct è la parola “bomba” per creare scompiglio in città. A noi il politicamente corretto fa schifo, specie nella musica, quindi non staremo certo a sindacare o a muovere dibattiti socio-politici per lo più buonisti e ipocriti.

Altro brano interessante è Termini, un pezzo intimo che fa scendere la lacrimuccia o come dice nel ritornello i lacrimoni (specie a chi ha vissuto o vive la sua vita nella zona di Piazza Vittorio). Carlo ci porta nel corridoio centrale a prendere un panino al McDonald’s e ci descrive quel che vede con un disarmante realismo. I clochard, i rom, la prostituzione, il ritmo serale che si placa, le chitarre acustiche e i soliti fiati che conferiscono al brano una veste davvero delicata.

A Carl piace finire sempre così, con l’agrodolce (Accuccia, ultimo brano di Notti Brave, raccontava della morte del suo amico a quattro zampe) e anche stavolta, come un film di Carlo Verdone si torna a casa distrutti da un after che questa mattina, al secondo ascolto, si trascina i postumi di un album non all’altezza delle aspettative. Peccato, ripeto, peccato. Siamo comunque certi che un po’ di tempo sui palchi e qualche scossa di adrenalina nei prossimi mesi porterà il ragazzo ad un nuovo momento di ispirazione e scrittura. Nel frattempo aspettiamo Franco126.