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Il mal di pancia di Kurt Cobain

L’altro giorno mi chiedevo come mai l’osannato e detestato Achille Lauro, il cui brano-tormentone Rolls Royce mi è quasi subito entrato nei circuiti cerebrali e ci è rimasto per molte ore per il noto fenomeno del ear worm, non abbia citato anche Kurt Cobain tra i personaggi del suo brano appartenenti al cosiddetto club dei ventisette. Una frase tipo “Ho il mal di pancia di Cobain”, ci sarebbe stata bene in effetti, anche perché quest’anno decorrono i venticinque anni dalla tragica scomparsa del rocker e in effetti non è così facile provare a scrivere qualcosa che non sia già stato scritto, dichiarato o anche solo pensato.

In passato mi è capitato di dedicare il capitolo del mio libro Psicorock, storie dei menti fuori controllo a Kurt, intitolandolo appunto Il mal di pancia di Kurt Cobain, perché è noto che il rocker soffrisse di un misterioso e acutissimo dolore addominale, che non venne mai chiarito del tutto e che forse poteva anche essere il motivo dell’abuso di eroina, visto che l’eroina (derivato della morfina) è un potente antidolorifico. A questo proposito negli ultimi anni in America si sta assistendo a una vera e propria epidemia di dipendenza da pain killer, potenti farmaci derivati dagli oppioidi (alcuni nomi Percocet, Fentanyl, Vicodin) prescritti spesso con troppa leggerezza.

Le morti di diversi grandi musicisti è correlata in qualche modo all’abuso di questi farmaci o comunque agli oppiacei e tra questi spiccano tristemente i casi Michael Jackson (2009), Prince (2016), George Michael (2016), Dolores O’Riordan (2018). Sembra che negli ultimi anni la nostra tolleranza anche al dolore fisico sia nettamente diminuita, da lì il bisogno impellente di ricorrere alle diverse forme di antidolorifico, che spesso medici dalla prescrizione facile consigliano in modo quasi impulsivo, forse anche per la fatica di ascoltare i pazienti. Dietro questi dolori fisici così forti e talora amplificati si nascondono quasi sempre dolori morali, dell’anima, enormi fragilità mai risolte, assolutamente compatibili però con talenti creativi incredibili.

Le biografie raccontano che Kurt fin da piccolo fosse un bambino sveglio e molto creativo, con serie difficoltà a mantenere l’attenzione, tali da configurare la diagnosi di Disturbo da Iperattività con Deficit di Attenzione (ADHD), una malattia oggi frequentemente diagnosticata soprattutto negli Stati Uniti e trattata nei casi più seri con il farmaco Metilfenidato (Ritalin), che anche Kurt assunse. La scoperta dell’alcol e delle droghe arrivò poco dopo, insieme agli insuccessi scolastici. I biografi e gli esperti hanno accostato altre diagnosi psichiatriche alla storia di Kurt. Qualcuno ha parlato anche di Sindrome di Tourette (un disturbo neurologico caratterizzato da tic nervosi e altri sintomi ossessivi) o anche di aspetti ossessivo-compulsivi.

Esiste a questo proposito un brano della band dal titolo Tourette’s, come esiste la più famosa Lithium, che prende il nome da un noto psicofarmaco usato per stabilizzare l’umore e nel caso di persistente ideazione suicidiaria. Analizzando i testi delle canzoni dei Nirvana, la narrazione di Cobain è infarcita di elementi che portano a un senso di sé come deficitario, malato o cattivo. Un profondo senso di disadattamento che connotava alcuni brani, gridati con rabbia come delle fragorose richieste di aiuto.

Quest’anno in occasione della premiazione dei Grammy, Lady Gaga, plurivincitrice con la canzone Shallow (contenuta nella colonna sonora di A Star Is Born) ha parlato dell’importanza delle tematiche relative alla salute mentale («Sono orgogliosa di far parte di un film che affronta problemi di salute mentale. Sono così importanti. Molti artisti li devono affrontare, dobbiamo prenderci cura dell’altro. Così se vedete qualcuno soffrire, non giratevi dall’altra parte. E se soffrite, anche se può sembrare difficile, cercate di trovare il coraggio dentro voi stessi per scavare a fondo, parlarne con qualcuno, e accettateli nella vostra testa»).

Mi ha colpito quella frase, «dobbiamo prenderci cura dell’altro» riferita anche ai colleghi in difficoltà, con una sensibilità derivata probabilmente dall’aver attraversato in prima persona i dolori delle fibromilagia ed averli superati. Lady Gaga ha anche dato vita a una fondazione per la sensibilizzazione rispetto ai disturbi mentali che colpiscono soprattutto gli adolescenti. L’impressione è che Kurt, come spesso succede, si sia trovato molto solo nell’affrontare i propri demoni e abbia comunque allontanato chiunque lo volesse aiutare, arrivando a fuggire dalla clinica vicino a Los Angeles dove era stato ricoverato poco prima di morire.

Secondo la versione ufficiale, Cobain si è tolto la vita con un colpo di fucile alla testa il 5 aprile del 1994 nella serra della sua villa dopo aver abusato di eroina e alcol, anche se qualcuno non ci crede ancora. Esiste una letteratura piuttosto ricca di teorie complottistiche atte a mettere in dubbio i suicidi delle star della musica, cercando di trasformarli in presunti omicidi, che comprendono anche i casi di Jim Morrison, Jimi Hendrix e tanti altri. Trasformare il suicido in un giallo ha lo scopo prosaico di far vendere qualche libro o giornale e dall’altra parte penso sia un modo di esorcizzare il fatto che il nostro idolo ci ha tradito, perseguendo una scelta egoistica e ci ha lasciati soli.

Nel caso di Kurt Cobain, anche venticinque anni dopo nutro pochi dubbi che l’artista, abbia scelto un modo violento per far tacere una sofferenza divenuta ormai insopportabile, spiegata anche nella lettera di addio dove addirittura racconta di non provare più nessun piacere nell’ascoltare o creare musica. Nel mese precedente aveva tentato e minacciato seriamente il suicidio due volte e sappiamo che il tentativo resta sempre il fattore di rischio più importante per il suicidio consumato. Non ci resta altro che accettare che niente e nessuno sia riuscito a fermarlo.

Gaspare Palmieri
Autore

Laureato in medicina e chirurgia all'Università di Modena e Reggio Emilia nel nel 2002 trascorre un anno presso l’Università di Manchester occupandosi di ricerca in psicoterapia.