Opinion

“Stardust”, il film su Bowie che avrà poco di Bowie

La prima foto tratta dal set di Stardust.

In questi giorni caldissimi in Italia, e non mi riferisco alle temperature, parole dai mille significati ma spesso vuote come “pregiudizio” e “diritto” tornano a popolare discorsi in tv e colonnini sui tabloid. Il nostro tentativo sarà quello di non avere pregiudizi nei confronti di quello che parrebbe essere un film su Bowie senza musica di Bowie e senza appoggio dei familiari. Converrete con me che questi presupposti, tuttavia, vanno analizzati per quello che sono e che, anche con tutte le dovute verifiche e sviluppi, i fatti che ad oggi diamo per buoni, quantomeno spengono un po’ le aspettative nei confronti del prodotto in questione. Ma facciamo ordine e partiamo col riportare i fatti; il film diretto da Gabriel Range si chiamerà Stardust (che si rifà ad uno degli pseudonimi di Bowie, ovvero Ziggy Sturdust) e sarà interpretato da Johnny Flynn e Marc Maron due stelle del piccolo schermo, che, Apple TV+ permettendo, ha un nome ben preciso ed inequivocabile, cioè Netflix.

A Johnny toccherà vestire i panni del Duca Bianco, mentre a Marc quelli del suo manager. Il contesto sarà quello statunitense del 1971, e racconterà della prima volta negli States di Bowie per la promozione di The Man Who Sold The World, album contenente quell’omonimo brano divenuto leggenda e, prendendo in prestito un titolo di Hitchcock, divenuto “il singolo che visse due volte” grazie alla celebre reinterpretazione dei Nirvana di Kurt Cobain. Certamente non una scelta difficile da capire quella di Range, che tra le tante vite di Bowie, decide di raccontare la più mainstream, ovvero quella che inizia con un ragazzo pulito, folk e terrestre e che si evolve nella nascita del Bowie venuto dallo spazio con i fulmini in faccia e il glam rock nelle vene.

Una scelta che evidentemente (e a troppi pochi anni dalla scomparsa dell’artista) deve aver infastidito non poco il figlio Duncan Jones, il quale ha reso noto su Twitter che la famiglia Bowie non approva, nè tantomeno sostiene l’impresa cinematografica e che inoltre, al netto di consultazioni e relative conclusioni ad oggi non ritrattabili, non autorizzerà l’utilizzo di brani scritti dal padre. Non chiude invece ad altri tipi di progetti: Duncan infatti darebbe la benedizione, per esempio, ad un romanzo dello scrittore fantasy Neil Gaiman o ad un film d’animazione di Peter Ramsey, qualora essi volessero servirsi dei personaggi caleidoscopici di David Bowie. Riportati i fatti per come ci pervengono, non ci resta che attendere, con la speranza di capire se ci sarà veramente bisogno di un prodotto del genere. I fan di Bowie, ad onor del vero, non potevano certo sperare che le cose seguissero un iter canonico (come accaduto per Amy Winehouse, Oasis in parte, Queen ed Elton John, solo per citarne alcuni) dato che la stessa vita del loro beniamino è quanto di più irregolare e imprevedibile l’essere umano sia mai stato testimone.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.