Opinion

La maledizione di Joker e il realismo che terrorizza

Joaquin Phoenix nei panni di Joker

Nel momento in cui scrivo, il trailer di Joker di Todd Phillips è primo in tendenze su YouTube Italia. Nell’epoca dei big data e delle spunte blu come riconoscimento sociale, questo fatto ci fornisce due informazioni basilari ma interessanti sull’attenzione e sul fermento che questo personaggio riesce sempre a suscitare nel pubblico. È una figura quantomai camaleontica, ambigua, depressa, bipolare, profonda e sensibile nonché specchio della nostra epoca. C’è dunque un legame tra i film sul Joker, il successo di Billie Eilish, le chitarre grunge nei beat di Lil Peep e lo Xanax? Probabilmente sì, e a spiegarlo è lo stesso trailer, che rivela per l’ennesima volta la grandezza di un personaggio che supera le (magistrali) interpretazioni dei volti che lo hanno interpretato, sublimandole e trascendendole in modo assoluto, con lo scopo di mettere nuovamente in luce la netta superiorità di questo antagonista, o villain, come lo chiamano gli americani, al suo antidoto: Batman, il buono.

A testimoniarlo il fatto che neanche i capolavori di Christopher Nolan sono più in grado di giustificare uno scenario dove a quel clown vengono date solo parte delle attenzioni. No, il Joker è una storia che merita troppo più spazio e troppa più attenzione nella narrazione rispetto ad un action movie con i supereroi. Di fondo perché Joker non ha nulla di super, è l’emblema della parte oscura del genere umano, quella che in percentuali diverse – ora modeste, ora consistenti – popola la psiche dell’uomo del Duemila. Batman personaggio, in questo binomio, o da questo confronto se preferite, ne è uscito sempre male; dai tempi di Tim Burton, in cui Jack Nicholson nei panni del Jolly eclissava un magistrale Michael Keaton, tanto da essere ricordato (quel film) nella mente dei cinefili come “il Batman di Burton” e dai comuni appassionati come “Il Batman in cui Nicholson interpreta il Joker”. Con Il cavaliere oscuro di Nolan, il nuovo Joker non solo batte il nuovo Batman (Christian Bale), ma anche il vecchio Joker. La scomparsa di Heath Ledger poi – anche se è sempre brutto dirlo – riesce a fare quello che per esempio la morte di Kurt Cobain e Freddie Mercury hanno fatto rispettivamente per Nirvana e Queen.

La morte rende immortali, potremmo dire. Iniziano a girare voci, leggende, i virgolettati si annacquano di piccoli dettagli, che poi diventano grandi. Per esempio di Heath Ledger si dice che fosse stato maledetto dal personaggio di Joker, che si fosse preparato in maniera maniacale a quella interpretazione tanto da averlo portato alla morte. Eh sì perché sembra che Heath avesse passato circa un mese in un hotel a cibarsi, artisticamente parlando, di ispirazione dark. Guardava film dell’orrore e leggeva romanzi noir tutto il giorno. Ma questo stile di immedesimazione tanto immersivo non lo fece più dormire e così iniziò a fare uso di psicofarmaci, che poi, tempo dopo, lo porteranno all’overdose di sonniferi che gli fecero esplodere il cuore. Si dice anche che Jack Nicholson lo avesse messo in guardia da quel Joker, il personaggio più complesso della sua lunga carriera. E oggi, malgrado congetture, presunte maledizioni, scaramanzie e leggende, Jack Napier (vero nome di Joker) torna con una nuova anima, quella di Joaquin Phoenix, che di cattivi illustri ne sa qualcosa (già Comodo in Il gladiatore di Ridley Scott).

Dalle immagini sembra ci sia da aspettarsi un Jolly ancor più umano, ancor più vero. Prima chimico, poi comico fallito, poi nemico giurato del pipistrello e di Gotham City. Eppure quella che fa da sfondo a questo psicopatico clown, sembra anch’essa una città qualunque, meno tetra della Gotham di Nolan, ovviamente meno tetra di quella di Burton, perché il nuovo Joker, potete scommetterci, sarà il più comune e terrorizzante di sempre; meno macchiettistico di quello di Nicholson, meno esasperato di quello di Ledger, meno cosplayer di quello di Jared Leto, che per ovvi motivi avevo addirittura omesso di citare. Il tre ottobre sarà tutto più chiaro. Quando Jack Napier tornerà a raccontarsi nelle sale cinematografiche.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.