Recensioni

Il presidente USA ha i tatuaggi in faccia: Post Malone è tornato

Una divinità con l’armatura lucente e la sua spada piantata a terra. «La guerra è finita», sembra dire quel Dio di spalle inquadrato attraverso un’apertura nella pietra. Uno scheletro in basso a destra. L’oscurità. La luce, forse, della luna. Solo quella, nient’altro. Quella divinità ha un nome, anzi due, ma non sono granché. Troppo comuni per una entità superiore, per un Dio. Gli altri, i suoi sudditi, lo chiamano però in un altro modo, Post Malone, che riprende il suo cognome, mentre i più devoti lo chiamano addirittura Posty durante le preghiere, tipo quelle con le quali invocano l’uscita di un nuovo testo da venerare. Questa volta, per la terza volta, quel Post Malone ha esaudito il desiderio dei suoi sudditi, che oggi (erroneamente) per comodità chiameremo fan. I fan di Post Malone vivono nell’epoca del sanguinamento di Hollywood, dell’Hollywood’s Bleeding, appunto, e soffrono per lo stato delle cose, per l’impotenza di smuovere certi equilibri.

Malgrado ciò riescono a gridare, a reagire, e, nel limite delle loro possibilità, a gioire cantando e ballando come sotto uno stato di trance. Dovete sapere che ogni fan, somiglia molto al suo idolo, lo imita, ne copia movenze e atteggiamenti, ma quello che unisce Post Malone, il Dio, ai suoi fan, i sudditi, è proprio un rapporto di simbiosi, di incalcolabile sintonia, ed è per questo che il nuovo album di Malone è quanto di più schizofrenico, bipolare e nel contempo coerente ci possa essere. Un album composto da tracce ora estatiche, ora rabbiose, ora malinconiche, ora rocciose. In inglese questo aggettivo suonerebbe come rocky, cioè “che è rock”, e a quel punto sarebbe chiaro a tutti dove questa recensione voglia andare a parare. Hollywood’s Bleeding è un album con addosso tante catene; e infatti c’è (perché doveva esserci) il singolo per un’operazione cinematografica mainstream (Sunflower scritta per Spider-Man), il singolo per fare il doppio platino (Wow), c’è la ballad per gli accendini, o gli smartphone (Goodbyes) e poi molto altro, inedito per noi fino a qualche ora fa.

Come detto ci troviamo davanti un’opera eterogenea e complessa, fatta di crossover continui e addirittura indecifrabili in certi punti, con rimandi alla ritmica blues, alla cultura rap (nel senso più ampio, in cui faremo entrare per convenienza anche il genere trap) fino a toccare il sound degli anni ottanta. Ma il punto di congiunzione, il fil rouge come lo chiamano i francesi, è il rock. Rock come modo d’essere, come ribellione, come libertà espressiva, come denuncia sociale e interiore, come grido, come pianto. Perché sì, anche i rocker possono piangere, e ce lo testimonia il racconto di Posty, ancora una volta. Tra le poche critiche che potrei muovere, c’è l’ovvia ridondanza di quelle linee melodiche tutte rime e autotune che, se aggiunte al timbro bellissimo ma fin troppo riconoscibile di Malone, riuscirebbero ad omologare anche Martin Garrix e Hozier. Tuttavia, come detto ampiamente, Hollywood’s Bleeding è di fondo un progetto dalle mille facce.

Toltesi le pratiche discografiche, Post Malone ha dato prova di potersi esprimere in modo alternative lungo tutta la tracklist, distruggendo in certi punti qualsiasi logica di vendita. C’è un pezzo per esempio, che si chiama Take What You Want in cui Malone, Travis Scott e un certo Ozzy Osbourne danno prova, una volta per tutte, che rock e trap possono coesistere e che anzi, di fondo, questo dogma auto imposto da molti della vecchia guardia per cui i due generi sono disgiunti da una formula aut-aut, è una cazzata. La musica è un contenitore grandissimo dove una ritmica di hi-hat e una linea di 808 possono suonare assieme ad una chitarra distorta e dove una voce black come quella di Travis Scott, una carica di autotune come quella di Post Malone, e una sporca e leggendaria come quella di Ozzy Osbourne, possono stare bene insieme (e infatti stanno da Dio).

Hollywood’s Bleeding è dunque già un classico, in grado di scardinare le credenze popolari dei malfidati e degli oppositori della musica del nuovo millennio, e fin qui nulla di innovativo, se non fosse che a parlare è la voce autorevole di quello che, se Dio vi sembra troppo, è quantomeno una sorta di presidente degli Stati Uniti che fa comizi in rima con i tatuaggi in faccia e le crocs ai piedi.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.