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Liam Gallagher ha quasi superato la sbornia Oasis

La seconda fatica di Liam Gallagher – tra quelle non condivise con il Big Brother – si apre con tre dei quattro singoli che hanno anticipano Why Me? Why Not, titolo provocatorio e quantomai calzante per il momento che Our Kid sta vivendo. Pare quasi che quel volto imbronciato sulla cover stia pronunciando quello slogan: Why Me? Why Not. In realtà deriva dall’unione dei titoli di due opere dipinte da John Lennon, ora di proprietà dello stesso Gallagher. Why Me? lo acquistò nel lontano 1997 in piena era Oasis, mentre Why Not gli fu donato da niente popodimeno che Yoko Ono. Il problema di Liam Gallagher non è mai stato e mai sarà la sua musica, ma piuttosto le aspettative di quelli che, come me, ogni volta che si accingono ad ascoltare qualcosa che lo riguarda, finiscono per innervosirsi se dopo tre o quattro brani non c’è ancora la nuova Wonderwall.

Ed è ancor più presuntuoso quando la cercavo (come la cercherete voi venerdì notte, quando sarà pubblico l’album) malgrado ci fosse già tra i singoli. Ma neanche una ballad da nove in pagella come Once può placare quella spasmodica ricerca. La buona notizia è che quella ballad esiste e l’ascolterete (si chiama Misunderstood ed è una bonus track), la brutta notizia invece è che questa traccia arriva un po’ troppo tardi e dietro alcuni brani assai sperimentali ma che non convincono fino in fondo. La grandezza delle figure che gravitano attorno a Liam è oggettiva; il sound è solido e ricco, le sfumature di chiaro stampo oasisiano e beatlesiano incorniciano il brit pop dei tempi che furono e riportano alla nostre orecchie anestetizzate alcuni espedienti che raramente abbiamo trovato e troveremo nella classifica inglese. Mi riferisco alle dissolvenze in uscita e ai solo di chitarra distorta, che non fanno mai male ma che le esigenze discografiche e radiofoniche (che poi sono la stessa cosa) hanno fatto scivolare gradualmente ma progressivamente agli ultimi banchi della classe.

Oasis e Beatles, dicevamo: forse però quelli più artificiali e plasticosi, ovvero quelli dei tappeti di synth e dei modulari piuttosto che quelli delle hit più ear-friendly, se così possiamo dire. Ci sono comunque i grandi marchi di fabbrica che contraddistinguono il pop britannico, ovvero i cori profondi e riverberati che riempiono ritornelli e bridge, ci sono le sezioni ritmiche degli Oasis (shaker onnipresenti e il solito cembalo con sonagli suonato da Liam). C’è anche un pizzico di buon rock, sia nei singoli, come certamente avrete apprezzato, che nel materiale inedito. In particolare vi piaceranno Gone e Invisible Sun, che hanno un groove intenso e serrato. Molti pezzi invece hanno tutta l’aria di diventare sempre più belli con il passare del tempo (quando? Chi lo sa) e potrebbero diventare dei classici del brit pop contemporaneo. Per ora avvaliamoci del beneficio del dubbio, why Liam Gallagher? Why Not.