Recensioni

Gli Alter Bridge se ne fregano delle classifiche

Gli Alter Bridge sono una delle poche veritiere realtà hard rock del nuovo millennio. Veritiera perché tanti vengono etichettati col genere, ma pochi dimostrano effettivamente di appartenere ad una corrente che tanti definiscono come morta. La band di Myles Kennedy, invece, ogni tre anni regala un album ai fan, fatto di produzioni dettate dall’anima rock e dal desiderio di continuare ad andare in tour per regalare alla gente ciò che pochi gruppi possono regalare al giorno d’oggi nelle arene. Il nuovo progetto discografico si intitola Walk The Sky, un album che riempe le orecchie, nutre un desiderio (quello di suonare e di ascoltare) ma che certo fa storcere il naso a chi conosce bene la formazione di Orlando. Produzioni come quelle di Black Bird e Fortress sembrano lontane, ma non dal punto di vista tecnico – dove la band non fallisce per definizione – ma dal punto compositivo. Gli stessi arrangiamenti sono spossati e ci ritroviamo davanti a tappeti di produzione superflui dove spesso le tracce, più che lavorarci su, magari era meglio lasciarle così come erano.

In Take The Crown gli Alter Bridge propongono ritornelli melodici alternati a strofe a velocità sostenute (combinazione sentita e risentita in brani come The Bitter End) arrivando allo spiacevole cliché dove la produzione fa talmente tanto trambusto che i volumi risultano troppo alti e il suono impastato. Migliore invece Pay No Mind, dove chitarra e batteria vanno a braccetto in un pezzo metal degno del livello tecnico che appartiene a tutta la band. Ma la traccia migliore è sicuramente Dying Light, che ricorda al pubblico e ai fan di cosa si parla quando si parla di Alter Bridge; un titolo malinconico, come se la luce che muore fosse effettivamente la loro vena creativa che va ad esaurirsi col passare degli anni. Insomma, Walk The Sky è l’ennesima dimostrazione che Kennedy, Mark Tremonti, Brian Marshall e Scott Phillips se ne fregano delle classifiche e anche se l’album lascierà i fan affezionati delusi, la band americana riesce a tenere ancora alto il nome dell’hard rock (tecnicamente, ma anche affettivamente, perché in questo album, di amore per il rock e di amore per i fan, ce n’è eccome).

Stefano Locchi
Autore

Nato nel decennio sbagliato ma comunque ventitré anni fa, a Stefano piace suonare, scrivere e fare qualsiasi cosa possa entrare in uno scaffale. Da grande vuole avere a casa un grande scaffale dei ricordi, oppure suonare la chitarra sopra il prossimo muro di Berlino.