La perfezione non esiste, affermano i Queens of the Stone Age con il concept alla base del nuovo disco Perfecth, il nono della loro carriera, uscito per Matador Records. Un titolo volutamente sbagliato per un disco vagabondo, registrato un po’ ovunque capitasse, tra Los Angeles e New Orleans: in queste nove tracce la band sembra essersi scrollata di dosso la sabbia del deserto, quella delle chitarre presenti in quel leggendario Songs for the Deaf, per intenderci, per aprirsi a una serie di suoni apparentemente complessi ma così coerenti da risultare sorprendentemente semplici. Il viaggio inizia, il treno parte e lo scenario è romantico, solenne e drammatico: ce lo dicono chiaramente la chitarra e il violino in It’s Only Love, prima traccia del disco, un valzer orchestrale seguito dai singoli Insignificant Other – quello à la Miss You dei Rolling Stones, per intenderci, citazione che ormai inseriscono qua e là nei tour durante il momento di Make It With Chu – e Where The Goth Girls At?, in cui un Josh Homme in pieno stile cantautorale canta “never felt so alive the day I almost died”, che è poi uno degli altri temi del disco: fare quel che si vuole, dopo essere stati a un passo dal baratro, in pieno stile goth, per rimanere in tema.
I singoli, Easy Street compreso e forse più di tutti, sembrano amalgamarsi meglio all’interno del disco: trovano più spazio, si fondono con il resto della tracklist e contribuiscono a creare lo scenario narrativo ed emotivo che la band vuole evocare. Forse, ascoltati singolarmente, è molto più difficile comprenderli, mentre qui scorrono lisci e lineari. Del resto, ci sarà pure un motivo se non riesco più a fidarmi degli ascolti delle singole uscite separate dal resto del disco, e questa ne è l’ennesima prova. Il tentativo di cucire una specifica narrazione emotiva sui suoni di questo album è assolutamente intenzionale: come dichiarato da Josh Homme in parecchie interviste ultimamente, amore, lussuria, follia e saggezza si mischiano sapientemente. Nel viaggio che ci porta da un’emozione all’altra arriviamo a Mono, ballad acustica, romantica ed elegante. Tutto prende una direzione sempre più precisa: l’esibizione alle catacombe di Parigi, arrivata al momento giusto, e il tour nei teatri potremmo quasi dire che siano i fili d’oro di questo vaso kintsugi che è l’album. La magia in acustico continua con From The Cliff, mentre tornano le chitarre in stile Keith Richards e Ronnie Wood su Sunday. “I complicate is complicated enough”, dicono in Phantom Limb, e forse potrebbe essere il modo giusto per descrivere questo disco da parte loro: come tutti i sentimenti forti e genuini che si rispettino, sarà recepito nella maniera giusta? Un lavoro certamente diverso dai precedenti – che non si dica che non fossimo stati avvertiti – ma che non li snatura completamente: le chitarre ci sono, meno desertiche, ma al servizio di qualcosa di più grande, libero e ambizioso.
C’è molto amore in questo disco: quello per la famiglia, per gli amici e per tutti gli altri, significativi o meno che siano. L’amore ti spezza, ti unisce e disunisce, scompone e ricompone: la complessità dei suoni e la diversità degli strumenti utilizzati nella composizione sembrano essere la rappresentazione di tutte queste forme di affettività, e trovo che ce ne sia bisogno. Non amiamo tutti allo stesso modo e non c’è, appunto, un modo perfetto di amare: lo impariamo percorrendo il sentiero a modo nostro, più o meno perfetto che ci sembri. Il disco si chiude con Run Away From The Mob, ultimo singolo estratto proprio a ridosso dell’uscita: tornano le chitarre ruvide e desertiche, ma in realtà non se ne sono mai andate, hanno solo adattato sé stesse per questa occasione speciale. Non è il disco che qualcuno si aspettava, ma è proprio per questo che funziona: l’amore dei Queens of the Stone Age è perfetto nella sua imperfezione, anche quando ha meno deserto e più cuore. Un viaggio che vale la pena fare, senza saltare le fermate.