Search Menu
Search

Nothing But Thieves, dieci anni dopo l’innocenza

“Stray Dogs” non è il miglior disco dei Nothing But Thieves, né il più autentico. È però quello di una band che, dopo dieci anni, conosce così bene le proprie regole da potersi finalmente permettere di infrangerle

Nel 2015 i Nothing But Thieves entrarono agli Angelic Studios senza sapere davvero cosa sarebbe successo dopo. Dieci anni più tardi ci sono tornati sapendolo fin troppo bene. Nel frattempo una band nata a Southend-on-Sea è diventata una delle realtà rock britanniche più importanti della propria generazione. Cinque album, una crescita pressoché ininterrotta, arene, festival, miliardi di stream e, con Dead Club City, il primo numero uno nel Regno Unito. Ci sono canzoni che ormai appartengono al pubblico almeno quanto appartengono a loro e una voce, quella di Conor Mason, diventata una delle più immediatamente riconoscibili del rock inglese contemporaneo. Tornare nello studio del primo album, dunque, avrebbe potuto facilmente trasformarsi in una di quelle operazioni che il rock conosce fin troppo bene: il ritorno alle origini, la riscoperta dell’autenticità, cinque vecchi amici, gli amplificatori accesi e tutto il resto. In realtà – e per fortuna – Stray Dogs è un disco più stratificato. Perché ai Nothing But Thieves, nel 2026, non è più concesso essere ingenui. Hanno trascorso dieci anni a imparare come si costruisce una canzone, come la si produce, come reagisce davanti a migliaia di persone. Anche quando decidono di lasciare un errore nella registrazione, stanno compiendo una scelta. Così il paradosso di Stray Dogs emerge abbastanza presto: è un album che cerca l’istinto attraverso una band che ha ormai acquisito un controllo quasi totale dei propri mezzi. A volte le due cose coincidono. A volte no. Ed è qui che il disco diventa interessante.

Dominic Craik, chitarrista e per la prima volta unico produttore di un intero album dei Nothing But Thieves, ha raccontato che all’inizio del lavoro continuava a ripetersi una domanda molto semplice: “che suono ha questa band quando cinque persone suonano insieme in una stanza?”. L’obiettivo era recuperare qualcosa della dimensione live, comprese quelle piccole irregolarità che normalmente in studio vengono corrette. La sequenza dell’album è stata pensata anche come un set e nelle registrazioni sono entrati frammenti provenienti dai concerti, voci, pubblico, residui della strada. Questo non implica che Stray Dogs sia un disco grezzo. Ascoltandolo ad alto volume, semmai, si sente quanto lavoro ci sia dietro l’impressione di immediatezza. James Price non suona come una drum machine che qualcuno ha deciso di umanizzare, mentre il basso di Philip Blake ha spesso il compito meno appariscente ma decisivo di tenere insieme arrangiamenti che potrebbero facilmente disperdersi. Craik e Joe Langridge-Brown, invece, non impugnano le chitarre soltanto per occupare più spazio. Spesso fanno il contrario: una crea pressione, l’altra introduce disturbo, lascia un vuoto, sporca il perimetro della canzone. È una differenza sostanziale rispetto a Dead Club City, dove ogni elemento sembrava sapere perfettamente quale posto occupare. Era un disco costruito come il luogo immaginario del titolo: sintetizzatori, funk, elettronica, pop e rock organizzati dentro un’architettura precisa. Anche quando diventava aggressivo, rimaneva elegante. In Stray Dogs, per necessità, ogni tanto qualcosa urta qualcos’altro. 

La tentazione di interpretare Stray Dogs come una riconciliazione con il primo album dura poco anche perché i Nothing But Thieves, a ben vedere, non hanno mai avuto un’origine abbastanza pura alla quale tornare. Già Nothing But Thieves conteneva Ban All the Music, Itch, Trip Switch e Wake Up Call: canzoni tenute insieme da una sensibilità riconoscibile più che da un’identità di genere musicale. Il disco arrivò al numero sette nel Regno Unito; Broken Machine salì fino al due, Moral Panic al tre e Dead Club City, nel 2023, raggiunse finalmente la vetta. Artisticamente il percorso è stato molto meno ordinato. Broken Machine aveva reso più muscolare e sofisticato il linguaggio del debutto; Moral Panic si era lasciato attraversare dall’ansia contemporanea – tecnologia, isolamento, polarizzazione, sovraccarico d’informazioni – mentre Dead Club City aveva reagito inventando addirittura un altro mondo. Dopo aver eretto delle mura, evidentemente, serviva uscire. Stray Dogs apre il disco facendo esattamente questo. La batteria spinge in avanti, Blake rimane basso nel mix ma ne determina il peso, le chitarre si incastrano senza cercare una levigatezza particolare. Mason, almeno inizialmente, si immerge nella band senza contrastarla. È significativo perché per anni il rischio di qualsiasi recensione dei Nothing But Thieves è stato quello di trasformarsi, prima o poi, in una recensione di Conor Mason. Comprensibile. L’estensione rimane impressionante, ma in Stray Dogs conta di più il modo in cui cambia pelle: la rende sottile, fragile, arrogante, la comprime, la lascia incrinare. In aggiunta, la title track funziona proprio perché, per una volta, il centro non è lui. È la band. 

E anche il titolo si allarga presto oltre i cinque componenti. Langridge-Brown ha spiegato che, dopo due album molto rivolti verso il mondo esterno, questa volta hanno cominciato a guardare alla propria storia, alla crew e al pubblico costruito durante gli anni. I randagi del titolo sono anche loro: persone incontrate lungo una strada sufficientemente lunga da trasformarsi, a un certo punto, in una comunità. È una delle idee emotivamente più forti del disco, anche perché i Nothing But Thieves la lasciano affiorare senza mai trasformarla in una dichiarazione programmatica. Anche perché subito dopo arriva Testosterone, che di delicato ha molto poco. Il riff è massiccio, leggermente storto, quasi ubriaco. Mason interpreta più che cantare e il brano gioca con la postura del rock maschile fino a renderla sospetta. Il problema è che l’idea iniziale è più intrigante del suo sviluppo: Testosterone mette subito in campo le sue carte migliori, ma nel corso del brano aggiunge poco a quella prima intuizione. American Confidence riprende più avanti una parte dello stesso discorso, sviluppandolo però con maggiore profondità. Anche qui la mascolinità musicale è deliberatamente sovraesposta: l’apertura esaspera alcuni codici del nu metal più muscolare, mentre Mason vi contrappone una voce capace di assottigliarsi fino a evocare sfumature alla Jeff Buckley, riferimento dichiarato dalla band. Poi entrano in scena i personaggi: un uomo dell’industria discografica che richiama il dirigente di Have a Cigar dei Pink Floyd e un televangelista. Due figure apparentemente lontane, accomunate dalla capacità di trasformare una promessa in qualcosa da vendere. La sicurezza del titolo diventa così una forma di persuasione che la canzone mette in scena e, allo stesso tempo, sconfessa: il suono la ostenta, il testo ne rivela l’inconsistenza.

Evolution è probabilmente il caso più evidente di una canzone che ha già il concerto incorporato nella propria struttura. È nata rapidamente e contiene un riferimento al Chinnerys di Southend, uno dei locali legati agli inizi della band. Craik ha raccontato di aver lasciato tra strofa e chorus persino uno sbalzo di volume che in passato avrebbe probabilmente corretto. Funziona, molto. Ma è anche uno dei punti nei quali Stray Dogs mostra il limite della propria filosofia. L’impatto è immediato, il mestiere innegabile, eppure sotto quella dinamica la scrittura è più convenzionale di quanto il suono faccia inizialmente percepire. È facile immaginare Evolution in un’arena; un po’ meno facile è considerarla, una volta spenta l’amplificazione, tra le composizioni più sorprendenti del gruppo. Non è necessariamente un problema. Una band che ha costruito buona parte della propria identità sul rapporto con il pubblico può scrivere pensando anche a ciò che accadrà davanti al palco. Tuttavia Stray Dogs si eleva quando il palco non diventa una scorciatoia. Succede in Death in the Backseat, per esempio, che non potrebbe essere più distante da Evolution e proprio per questo le fa bene stare nello stesso album. Doo-wop, surf rock, una cartolina degli anni Cinquanta lasciata troppo a lungo al sole. Mason ha parlato scherzosamente di un «Buddy Holly depresso», e l’immagine è semplicemente perfetta. Il brano non sente il bisogno di sovraesporsi. Continua a muoversi al proprio passo, lascia respirare l’arrangiamento e finisce senza essersi trasformato nel veicolo per un climax. Dieci anni fa i Nothing But Thieves probabilmente avrebbero avuto più difficoltà a resistere a quella tentazione.

If You Don’t Have Someone to Love cambia il respiro del disco. Gli archi, la struttura libera dalla consueta progressione strofa-pre-chorus-ritornello e gli spazi lasciati nell’arrangiamento ne fanno uno dei passaggi più raccolti del disco. AI.Jesus è la traccia che meglio racconta la contraddizione di Stray Dogs. Suona nervosa, instabile, quasi disturbante. Il titolo mette insieme due sistemi ai quali l’essere umano ha affidato, in epoche diverse e ormai contemporaneamente, la richiesta di risposte assolute. Poi scopri che dietro quella sensazione di vulnerabilità ci sono diciannove demo, tre ritornelli diversi e una quantità notevole di riscritture tanto da sembrare sul punto di perdere il controllo. È Stray Dogs in miniatura. Il recupero della spontaneità, sotto sotto, è un lavoro di minuziosa messa a punto. Del resto, i Nothing But Thieves di oggi conoscono troppo bene i propri mezzi per tornare davvero alla band del debutto. Il punto non è dimenticare ciò che hanno imparato in dieci anni, ma lasciare che ogni tanto qualcosa sfugga al controllo. È quello che accade in Baby Kool (Evelyn): garage rock, distorsione e una linea melodica che sembra provenire da tutt’altro paesaggio. La canzone tiene insieme tutto senza preoccuparsi troppo di far combaciare i bordi… e la stessa band è spesso stata più interessante nelle intersezioni che nei generi. Quando una chitarra sembra suggerire un emisfero musicale e Mason ha un biglietto di sola andata per quello opposto; quando una melodia pop viene appoggiata sopra qualcosa di troppo abrasivo per essere davvero pop; quando il rock da arena viene contaminato da una sensibilità più vicina ai luna park del New Jersey.

C’è poi un altro Stray Dogs, meno immediato, che attraversa il disco lateralmente. È quello che parla del tempo. #5, alla quinta posizione nella tracklist, potrebbe essere soltanto un gioco autoreferenziale. Diventa invece una riflessione su quella strana esperienza adulta per cui possiamo trascorrere anni dentro noi stessi e continuare a scoprire cose che, una volta riconosciute, sembrano essere sempre state evidenti. Più avanti, I Needed You Then, I Need You Now affronta il tempo da una prospettiva molto più intima. È vero, ci sono cinque musicisti nella stessa stanza, ma improvvisamente la stanza sembra molto più piccola. La voce di Mason, inizialmente trattata fino a risultare quasi estranea, torna progressivamente a fuoco. Price non forza la dinamica, il basso non reclama attenzione, le chitarre smettono di voler dimostrare qualcosa. È uno dei punti nei quali si capisce meglio quanto questo gruppo possa essere potente quando non suona potente. A Different Kind of Happiness è nata invece attorno all’idea di diverse versioni di noi stessi che si osservano a distanza: la persona che pensavamo saremmo diventati, quella che siamo stati e quella con cui, alla fine, dobbiamo imparare a convivere. Mason l’ha definita «tra le cose più forti che la band abbia mai scritto». L’aspetto più convincente è che la canzone non prova a dargli ragione. Si sviluppa lentamente. Non cerca subito l’impatto. Le chitarre ne accompagnano la crescita senza forzarla e l’apice, quando arriva, sembra conquistato nota dopo nota. Al termine di un album che ha passato molto tempo a interrogarsi su cosa significhi essere ancora i Nothing But Thieves, la risposta non è una riaffermazione identitaria. È qualcosa di più incerto e più adulto: accettare che diventare ciò che avevamo immaginato non sia necessariamente l’unico finale possibile.

Stray Dogs non è il miglior disco dei Nothing But Thieves, né la maggiore immediatezza della registrazione lo rende automaticamente più autentico. Nei suoi momenti migliori, però, recupera qualcosa che la perfezione di Dead Club City aveva inevitabilmente attenuato: la sensazione che tra un musicista e l’altro possa ancora succedere qualcosa. Un colpo leggermente troppo forte, una chitarra che entra dove dovrebbe lasciare spazio, un ritornello che aumenta di volume più del consentito, una voce che non viene ripulita fino a perdere il corpo. Sono i dettagli a rendere credibile l’idea di una band dentro una stanza, non il fatto di dichiarare di esserci tornati. E, in questa parentesi, Conor e compagni si concedono di lasciare entrare l’imprevisto senza rinnegare tutto ciò che hanno imparato lungo il percorso. In Stray Dogs convivono la disciplina di Moral Panic, la forza melodica affinata in Broken Machine, l’ambizione di Dead Club City e qualcosa dell’ingenuità del debutto. Non come esercizio di nostalgia, ma come parti della stessa storia. Allora anche il titolo finisce per parlare meno di solitudine di quanto sembrasse al principio. E se nel 2015 i Nothing But Thieves erano entrati agli Angelic Studios per cominciare a capire chi fossero, nel 2026 ci sono tornati sapendo che la domanda era ancora lì. Stray Dogs non ritrova la band di allora. Ritrova ciò che è rimasto, dopo tutto il resto.