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“Sonic” scivola via veloce, ma perde qualcosa per strada

Vi è mai capitato di guardare una gara di velocità? Il record mondiale di Bolt nei 100 metri a Berlino per esempio. Io sono appena andato a rivedermelo su YouTube. Gli sono bastati 9”58 per scrivere la storia. E onestamente, sono ancora gasato. Emozionato oserei. Ma, mi sono reso conto di una cosa, ho avuto bisogno di più tempo per godermi davvero quel tempo da record. Prima di quella cavalcata trionfale, c’è stata un’introduzione. La preparazione ai blocchi di partenza dei corridori, il posizionamento e il segnale di via per lo scatto. Quello che serve per creare l’atmosfera. Poi quei famosi 9”58. E poi, soprattutto, quella corsa oltre i 100 metri, oltre il record. Lui che continua a correre a perdifiato, come finalmente libero. Il boato del pubblico in sottofondo, il telecronista impazzito che urla al record mondiale già segnato sul tabellone. Questo perché è il contesto generale che rende davvero un qualcosa memorabile. La confezione del regalo e lo sguardo emozionato di chi l’ha scartato, prima del regalo stesso in sé.

Il film di Sonic è un po’ questo. Dura cento minuti e rimanda il boato degli spettatori in sala al (spoiler?) seguito. Scivola via veloce ed è godibile. Intrattiene, ma si perde qualcosa per strada. Il ritmo del film ricalca fedelmente la caratteristica principale del riccio blu protagonista; è veloce, in un piccolo pacchetto fascinoso. Introduce brevemente a dei nemici, poi mai più nemmeno menzionati, da cui doversi nascondere. Da qui parte il viaggio per e attraverso gli anelli dorati (gli stessi del videogioco) usati come portali spazio-tempo per altri pianeti, tra cui il nostro ovviamente. L’evoluzione degli eventi sta abbastanza sul pezzo, ma regge meglio a inizio pellicola.

La costruzione dei rapporti psicologici, di amicizia/inimicizia, fra i vari personaggi lascia a desiderare. Oltre a risultare banale e scontata, che ci sta in questa tipologia di film, è la forma con cui avviene che non soddisfa. Non si lascia il tempo di prendere una forma e non permette di affezionarsi ai comprimari della storia. Anzi, nulla da ridire per quanto riguarda la prova attoriale del solito Jim Carrey. La sua follia si sposa perfettamente con il geniale e malvagio dottor Robotnik, anche se a livello narrativo non convince moltissimo il rapporto con il governo (ridicolizzato nella sua rappresentazione, dall’inizio alla fine) e le motivazioni che lo muovono alla caccia del nostro riccio supersonico.

Per quanto riguarda la grafica, il live-action risponde bene alle aspettative dopo aver incassato le critiche in pre-uscita. Ricordiamo il dietrofront della produzione, con relativa correzione del tiro, rispetto alle prime apparizioni del primo, ingiustificabilmente orripilante, character design di Sonic. In quest’occasione, l’insurrezione dei fan del riccio blu più veloce dei videogame, non solo ha avuto ragione d’esistere, ma anche d’essere ascoltata e recepita in tempo. Ha delle chicche qua è là non troppo difficili da trovare, che arricchiscono l’estetica visiva e narrativa della pellicola. Di quelle che dopo averle notate e riconosciute, fan venire quello stupido sorriso di soddisfazione e gratificazione personale. Quelle che poi a un certo punto ti fan pure girare verso la persona accanto a te, a dire: «Visto?».

Ottima invece la selezione musicale (i Queen saranno anche diventati mainstream, ma stanno davvero bene su tutto, o quasi). Carini e dovuti i piccoli dettagli sulle passioni di Sonic, come il fumetto e il film preferito (Flash e Speed). Sempre apprezzate le varie citazioni cinematografiche. Su tutte (spoiler senza contesto) la sequenza di QuickSilver in X Men- Giorni di un futuro passato. Infine, è degna dell’intero biglietto, la sintesi alla conclusione del film: degli highlights in una grafica da videogioco, ottimamente bilanciata tra bidimensionalità e tridimensionalità, che raccontano in un tempo record praticamente tutto il film.

Concludo con una piccola nota a margine. Il record di Bolt è di ben cinquantotto millesimi in più di quella che, secondo una ricerca Microsoft, è la nostra soglia d’attenzione media (che per amor di cronaca è inferiore a quella di un pesce rosso con 9”). È vero che è difficile mantenere l’attenzione di un pubblico ormai sempre più abituato a infiniti contenuti che devono immediatamente e rapidamente colpirti, ma a volte prendersi un po’ più di tempo può anche valer la pena. Pur senza esagerare.

Stefano Falcone
Autore

Ventidue anni, barba rossa e baffi all’insù. Siciliano d’appartenenza, cittadino del mondo per aspirazione. Si definisce con i piedi per terra e la testa fra le nuvole, un mix così in contraddizione che potrebbe farlo perdere nel giardino di casa, come arrivare a colonizzare la luna.