Recensioni

Se siete dei boomer, non dovete provare a capire Psicologi

In una recente intervista Lil Kvneki e Drast hanno rivelato che il target della loro musica non colpisce unicamente i teen, ma che anche gli over 30 possono amare il loro progetto e le loro canzoni. I big data di Spotify, tuttavia, ci dicono che, diventando genitore, un ascoltatore in media invecchia i suoi ascolti di circa quattro anni. Ecco perché se siete dei boomer, non dovete provare a capire Psicologi. Non badate a quelle chitarre distorte che ricordano il rock che fu, non provate nemmeno a cogliere quel briciolo di west coast anni novanta dei loro brani più ruggenti, oppure la recente contaminazione di suoni provenienti dai mitici ottanta, perché la loro musica non sta parlando a voi. Ve ne farete una ragione, ovviamente, perché non siamo di fronte certo ai nuovi Led Zeppelin, ma se siete millennials – a partire dal titolo dell’album – tutto parla a voi e di voi e probabilmente in Italia nessuno sta riuscendo nell’ardua impresa di raccontare la vostra storia.

I temi cardine sono gli stessi che hanno reso la loro poetica una sorta di marchio di fabbrica: la capacità dei diciottenni di oggi di vivere in bilico, senza programmare, senza costruire, senza prevedere, ma godendosi il viaggio che li porterà nel noioso mondo dei grandi. Da questo punto di vista nessuno mai era riuscito a prendere atto e quasi elogiare l’imperfezione e la magia dell’errore come i due bad boys del centro Italia. Figli di quel Millennium Bug che dà il titolo al loro primo album, Kvneki e Drast non hanno alcuna intenzione di essere qualcosa di etichettabile. Sono anni che leggiamo sulle riviste di settore artisti che dicono di non appartenere ad un genere o ad uno stile. In verità quasi tutti uno stile ce l’hanno e come, soltanto fa figo sentirsi inetichettabili, indefinibili e trans-generazionali. Quando parliamo di Psicologi, invece, tutto questo è reale. Perché se gli esordi avevano già mischiato sufficientemente le carte (Autostima e Alessandra non sono neanche lontani parenti in termini di sound) ora, con Millennium Bug siamo al centro di un mix di decenni, influenze e stili diversi.

Nel disordine, però, c’è in realtà dell’ordine (ma premetto che forse lo abbiamo trovato solo noi): l’album infatti, specie nella prima metà abbondante, sembra essere raggruppato in quattro grandi blocchi. Dopo l’intro (con la voce di Mino Caprio/Peter Griffin che ci informa che i suoi amici Kvneki e Drast non avevano voglia di scriverne una), che è già un’apologia volta a scaricare di tensione quello che per molti è “il sorprendente album d’esordio degli Psicologi” – e più tardi vi diremo perché ci piace molto questo richiamo alla wave che portava il nome di indie romano – ci troviamo di fronte un quartetto di pezzi molto rock, vestiti di chitarre suonate in palm mute e i power chord. Giusto per la cronaca, è proprio in mezzo a questi il brano migliore tra gli inediti dell’album: Funerale con Tredici Pietro (il cui albero genealogico è la penultima cosa social popolare che troverete in questo album). Il brano in questione sembra una versione potenziata di Robin Hood, uscita in 1002.

Si passa in fretta ad una coppia di brani più pop che non lasciano il segno fino in fondo ma che giocando di mestiere, come il miglior Javier Zanetti, si lasciano ascoltare. Una di queste è Sto bene che aveva anticipato l’uscita di Millennium Bug. A proposito di calciatori, Lil Kvneki cita anche Francesco Totti e De Rossi, ribadendo qui, come aveva fatto in passato in 2001, la sua fede romanista. Entriamo nell’ultimo gruppo di brani con una affinità musicale: il sound anni ottanta che tanto sembra essere tornato in voga (Gaga, The Weeknd tra gli internazionali e Mahmood e Massimo Pericolo tra i nostrani). Fantasma è un capolavoro di temi e melodie, sicuramente il brano più interessante (insieme a FCK U con Madame) tra i nostalgici del decennio di Ritorno al futuro e il Moncler non tenendo conto di Generazione di cui parleremo a tempo debito.

A questo album mancano due cose a questo punto per essere incredibilmente rilevante: almeno una ballad e un racconto per polaroid alla Carlo e Franco. Arriva Per me sei ed ecco che improvvisamente scomodare addirittura quel Niccolò Contessa cui si accennava sopra non è più così blasfemo, al netto dei diversi background. Quei Pariolini di diciott’anni vengono sostituiti dalle teen di Roma Sud, quelle “luci verdi e rosse ed arancioni e gialle” dalle foglie in autunno che non sono lì sul serio, ma negli occhi di Lil Kvneki che guarda una ragazza che se ne va con uno più bello ma un po’ più basso. Tutto in salsa Coez e Gemello. Scritta per gli accendini, per trovare il coraggio di baciare la ragazza con cui vai a vedere il concerto di Psicologi, ma (forse) hanno anche dei difetti.

Entriamo in un outride che distrugge il nostro tentativo di costruire l’ultimo gruppo di brani affini. Eh sì perché Tutto ok è una prosecuzione di Per me sei, il problema arriva quando Povero feat Fuera ci trasporta in un rave techno/dance. Cassa dritta e vocals che danno una forma quasi di remix al brano in puro stile Bando, ma senza i Booster.

Se stai leggendo questo pezzo nella pausa sigaretta prima di riprendere lo studio prima degli esami di maturità, beh, sto per dire una parola che probabilmente conoscerai, se sei un po’ a digiuno di letteratura italiana, io caro boomer te lo avevo detto. La parola è spannung, ossia il momento di massima tensione di un testo (di norma poetico). Se dovessimo individuare lo spannung di questo album, sceglierei tutta la vita Generazione, un titolo che dice proprio tutto, che è inno dei freelance e dunque una critica al lavoro tradizionale o posto fisso se preferite: “Mi dispiace ma non mi va di fare un lavoro di merda e la vostra vita normale”. Parla di esperienze, di insicurezze, di solitudine e di rivoluzioni pacifiche interiori ed esteriori (“Noi abbiamo l’amore e loro hanno le pistole”).

Chiudiamo dicendo che Canada, l’ultimo brano del disco, è un esperimento di musica leggera abbastanza riuscito ma non estasiante. Ah, l’altra cosa social-popolare era il nome di Luciano Ligabue, che compare in una frase non proprio elogiativa che la dice lunga sugli ascolti che hanno costruito il background della band del romanissimo Lil Kvneki e del partenopeo Drast: “Quelli che ci criticano dentro al cesso/Sono gli stessi che ascoltano Ligabue prima di fare sesso”. In un’epoca di psicosi e ansie, la musica degli Psicologi è destinata a restare ancora per molto.

Simone Mancini
Autore

Nato lo stesso giorno dei suoi idoli Steve Jobs e Steve McCurry, Simone non ha nulla a che spartire con loro. Cerca di auto convincersi che la colpa sia dei genitori che non lo hanno chiamato Steve. Laureato in una cosa che gli permette di vivere senza lavorare davvero, sogna uno scudetto della Lazio e la pace nel mondo.