Opinion musica

Perché dovremmo chiedere agli AC/DC qualcosa di diverso?

L’anagrafe non è una colpa: questo è sempre meglio premetterlo. Ero un ragazzino di 16 anni quando incontrai il suono degli AC/DC per la prima volta. Il singolo era Who Made Who ed era il 1986. Io ero giovane e loro apparivano già vecchi (erano comunque più giovani di quanto lo sia io oggi) ed il suono era inevitabilmente quello lì, quello che era già uguale da anni e lo sarebbe stato – meraviglioso ed invariato – per tantissimi altri anni. Viverne gli albori sicuramente dev’essere stata un’emozione ancora più forte, ma i Nostri hanno questo di buono: ogni momento è egualmente perfetto per far capolino nel loro universo. Oggi gli AC/DC tornano, e lo fanno con un singolo che possiamo definire in un modo solo: musica classica. Il suono degli AC/DC nasce inevitabilmente dai riff chitarristici di Angus Young ed è sempre meravigliosamente uguale a sé stesso.

Dico che si tratta di musica classica perché, come diceva qualcuno, nessuno è bravo a “fare la sua cosa nella casa” come la fanno loro. E perché mai, in fondo, dovremmo chiedergli qualcosa di diverso? Perché dovremmo volere da loro, con un impeto di barbosa severità, quello che non chiediamo neanche ai più pallidi dei loro imitatori (e non ne mancano di certo)? Loro sono, semplicemente, i migliori a fare quella cosa lì. E la fanno ancora. E quando non la faranno più, il giorno più lontano possibile, ci mancheranno i riff che chiamano cassa e rullo su un 4/4 di cemento armato, a condire il piatto per la voce più tagliente di sempre. Ci mancheranno, e non poco. Dunque, benvenuto Shot In The Dark. O ben tornato, la questione è piacevolmente uguale.

Lorenzo Bianchi
Autore

Avvocato, scrittore e musico da quando venne lanciato su un palco di balera dal Re incontrastato del liscio locale, per poi passare al rock ed al blues con incauta nonchalance. L’ascolto della musica e le inutili e compulsive riflessioni conseguenti, rimangono forse il suo passatempo preferito.