Search Menu
Search

Rileggere i testi di Caparezza nelle piazze di oggi

Da anni Caparezza racconta un mondo in cui i diritti diventano privilegi e la normalità un’impresa eroica. Oggi, tra caro vita e proteste, la sua musica ricorda che immaginare un’alternativa è libertà

Non me lo posso permettere è il titolo di un brano di Caparezza rilasciato nel 2014. Nel 2026, per caso o per (s)fortuna, è anche il motivo della scesa nelle piazze di tutta Italia. Un affitto non me lo posso permettere. Studiare senza lavorare non me lo posso permettere. Curarmi non me lo posso permettere. Avere un figlio non me lo posso permettere. Dodici anni fa Caparezza trasformava questa frase in un’asta grottesca. Pane, salute, relazioni, perfino la possibilità di ribellarsi al proprio datore di lavoro diventavano beni che qualcuno non riusciva più ad aggiudicarsi. L’idea nasceva da Tre studi di Lucian Freud di Francis Bacon, un’opera venduta per una cifra vertiginosa: l’arte battuta all’asta diventava così il pretesto per mettere all’asta la vita quotidiana. Oggi, mentre studenti e lavoratori tornano nelle piazze europee, quella trovata sembra aver perso parte della sua assurdità. In Italia le manifestazioni contro il caro vita hanno avuto anche episodi di violenza e scontri, distinti dalla partecipazione pacifica di altri manifestanti. Chiamare Caparezza un visionario, tuttavia, risulterebbe una tesi troppo banale e, con una semplificazione di questo tipo, gli si farebbe persino un torto. Sicuramente, aveva capito dove guardare.

Scrivendo Non me lo posso permettere, Caparezza compie un’operazione brillante. Se una crisi economica può essere raccontata attraverso spread, inflazione, salari reali e statistiche, lui sceglie un verbo riflessivo che calpesta sia il campo lessicale dell’economia che quello dell’individuo: permettersi. Posso anche permettermi di innamorarmi? Posso permettermi di occuparmi di mio padre? Posso permettermi di contestare il mio capo? E qui sta la scrittura di Caparezza. Per evocare l’immagine semplice di una società che resta sempre con meno diritti, l’artista racconta un mondo in cui i diritti hanno improvvisamente un cartellino del prezzo. È molto più difficile dimenticarlo. Una sua canzone del 2014 non è soltanto ancora attualissima: è una sveglia squillante e molesta su quante porzioni della nostra esistenza vengano progressivamente spostate dalla categoria del normale a quella del privilegio. Non me lo posso permettere continua a funzionare perché Caparezza aveva intuito che l’impoverimento non modifica soltanto il nostro potere d’acquisto, riduce anche la nostra possibilità di scelta. In una parola, la nostra libertà.

L’eroe che non salva il mondo: Luigi Delle Bicocche

Ancora più indietro, nel 2008, quando i supereroi cinematografici stavano per prendersi definitivamente la cultura popolare, Caparezza ne inventava uno decisamente meno fotogenico. Luigi Delle Bicocche fa l’operaio, ha una famiglia e fa i conti. È tentato dal gioco, teme gli usurai, torna a casa distrutto e rischia di perdere il lavoro. Il suo superpotere consiste essenzialmente nel riuscire ad arrivare al giorno dopo. Caparezza lo presenta come un eroe contemporaneo e gli mette in bocca una frase che, oggi, suona quasi meno paradossale di allora: “Sono un eroe perché lotto tutte le ore”. Otto parole che spiegano già quasi tutto da sole. La cosa geniale di Eroe (storia di Luigi delle Bicocche) non è semplicemente parlare di precarietà. È rubare alla precarietà il linguaggio dell’epica. Luigi non combatte draghi. Combatte la pensione che sembra lontanissima, lo stipendio che non basta, il rischio che una difficoltà economica diventi qualcosa di molto peggiore. Nel 2008 Caparezza prende l’uomo che normalmente resta fuori dal racconto e gli mette addosso un mantello immaginario. Il risultato è tutto fuorché consolatorio: è feroce. Se vivere normalmente richiede qualità sovrumane, è diventata eroica la normalità stessa.

Caparezza raccontò di aver voluto evitare proprio la retorica, definendola «nemica della comunicazione». Ed è forse per questo che Luigi funziona ancora: non è santificato. È stanco, vulnerabile, ridicolo e dignitoso contemporaneamente. Sedici anni dopo, quando le piazze italiane ed europee protestano per salari, affitti e costo della vita, il personaggio non sembra affatto provenire da un’altra epoca.

Vieni a ballare in Puglia è un invito ad ascoltare meglio

Se si vuole capire perché Caparezza sia un grande autore, però, bisogna uscire dai temi. Bisogna ascoltare meglio.Vieni a ballare in Puglia è probabilmente il caso più lampante. Titolo e ritornello da tormentone. È musica che richiama festa e tradizione, un invito irresistibile. Nel testo: morti sul lavoro, inquinamento, caporalato, incendi, industria. La canzone è del 2008 e nasce proprio dal cortocircuito fra una Puglia che stava diventando sempre più immagine turistica e una Puglia reale in cui continuavano a esistere problemi molto meno fotografabili. Il meccanismo è geniale perché il contenitore fa esattamente ciò che denuncia. Ti distrae. E infatti è stata realmente fraintesa. Caparezza ha raccontato più volte di averla sentita utilizzare come brano festoso, persino ai matrimoni, nonostante il contenuto. Nel 2026 ha osservato che preferisce comunque che la musica arrivi alle persone e che almeno una parte di loro, successivamente, scopra che cosa stava davvero ascoltando. Il talento più difficile da replicare nella penna di Caparezza è che non mette un messaggio dentro una canzone. Costruisce la canzone in modo che il messaggio sia una trappola. L’eroe è un precario. L’asta vende bisogni fondamentali. Il ballo accompagna una danza macabra. La bravura è lavorare un’ironia che non alleggerisca il contenuto, ma che lo faccia entrare dove una predica non entrerebbe mai.

La via d’uscita è ancora immaginare

Il punto d’arrivo di tutto questo percorso è proprio Orbit Orbit. Dopo aver passato vent’anni a raccontare il lavoro che consuma, i diritti che diventano privilegi, le generazioni disilluse, le partenze obbligate e un presente capace di trasformare perfino la normalità in una lotta quotidiana, Caparezza nell’ultimo disco sembra spostare la domanda: che cosa ci rimane quando il mondo restringe continuamente lo spazio del possibile? La sua risposta è l’immaginazione. Al Rock in Roma l’ha definita «la libertà più autentica che abbiamo»; Orbit Orbit, nato insieme a un fumetto e popolato di pianeti, disegni, creature e idee, è il racconto di un uomo che dopo aver perso persino la voglia di creare riesce a ritrovarsi proprio inventando un altro mondo.

È il contrario dell’evasione: immaginare significa rifiutare che la realtà presente sia l’unica realtà possibile. Ed è difficile trovare un messaggio più politico di questo proprio mentre nelle piazze c’è chi chiede che scuola, lavoro, casa e futuro tornino a essere qualcosa che si possa ancora immaginare. Finito il tour, Caparezza ci ha lasciati con parole che nessuno ha saputo interpretare fino in fondo. A Caserta ha detto di non sapere che cosa farà e ha chiesto al pubblico di lasciarlo andare, dopo averlo invitato, ancora una volta, a non lasciare le proprie idee chiuse dentro di sé ma a dare loro forma. Non sappiamo se ci sarà un altro disco, e naturalmente non abbiamo il diritto di chiedere a Michele Salvemini di pagare con la propria salute ciò che Caparezza rappresenta per noi. Ma una cosa vogliamo dirgliela: in un tempo che ci ripete continuamente ciò che non possiamo permetterci, forse abbiamo bisogno più che mai di qualcuno capace di ricordarci ciò che nessuno può ancora impedirci di fare: pensare, immaginare, mettere in discussione quello che abbiamo davanti. Smettere di sperare che un giorno torni a raccontarci il mondo come solo lui riesce a fare, quello no, non ce lo possiamo permettere.

The Fray
Advertising