Se l’anno scorso il Primavera Sound era stato consegnato alle tre cavallerizze dell’apocalisse Charli XCX, Chappell Roan e Sabrina Carpenter, quest’anno il festival ha cambiato pelle ancora. La sua ventiquattresima edizione è piena di graditi ritorni: i Cure risalgono sui palchi catalani dopo tredici anni, i My Bloody Valentine rompono un silenzio che durava dal 2018, i The xx riemergono dalla stessa inerzia e i Massive Attack saldano un debito storico dopo l’annullamento del 2022. Quattro band sacre che hanno scritto pezzi interi dell’inconscio collettivo del rock anglosassone, riuniti tutti nello stesso weekend. Non capiterà più tanto presto. Eppure, anche quando concede ai miti un palco di queste dimensioni, il Primavera Sound non rinuncia mai alla sua anima da cercatore d’oro. Tra un main stage e l’altro, tra un riverbero di Robert Smith e una distorsione di Kevin Shields, si nascondono decine di nomi che rischiano di essere inghiottiti dalla magnitudine dei pezzi grossi. Nomi che magari non conosci ancora, ma che tra dodici mesi racconterai a tutti di aver visto “prima”. Per questo, anche quest’anno, ho raccolto venti consigli per orientarsi tra le molte anime del festival: dieci live sicuri per chi vuole godersi lo show e dieci chicche per chi ama scavare nei margini.
Dieci live del Primavera Sound 2026 che sono già una sicurezza
Yves Tumor
Più che un concerto, un’apparizione. Glam-rock alieno, R&B distorto, chitarre che ricordano i My Bloody Valentine ma piegate a un’estetica gotica e asessuata. Yves sul palco si trasfigura, ora messia androgino, ora creatura di un altro pianeta in cerca di adoratori. Per chi ama quando il rock smette di essere genere e diventa rito.
Viagra Boys
Bagno di sudore svedese. Sebastian Murphy a torso nudo, tatuato fino al collo, urlatore patetico e geniale: da qualche parte tra il jazz-punk dei Birthday Party e Iggy Pop a un brunch domenicale finito male. Il loro live è satira fisica e dancefloor senza pietà sull’idea stessa di mascolinità tossica. Si esce sudati e sollevati, come dopo una lavata di testa.
Model/Actriz
Hardcore queer e techno marcio, no wave newyorkese che pulsa come un cuore aperto. Cole Haden si muove sul palco come un performer di teatro fisico: predica erotica cantata sopra clatter industriali taglienti. Pyramid è uno dei dischi più feroci dell’anno, ma è dal vivo che diventa esperienza fisica vera.
Caroline
Otto musicisti sul palco, archi che entrano in punta di piedi, batterie che esitano, dinamiche che sembrano respiri trattenuti. I Caroline fanno post-rock da camera, slowcore con un’anima da musica contemporanea, un po’ come se i Black Country, New Road avessero ridotto tutto al sussurro. Per chi cerca un live dove il silenzio pesa quanto il suono.
Annahstasia
Voce profonda, scura, fuori dal tempo: il più immediato paragone è Nina Simone, ma anche Bill Withers. La nigeriana-americana fa quello che lei stessa chiama “power folk”, chitarra acustica, due accordi e la verità, e il suo Tether (Pitchfork Best New Music) è uno di quei dischi che ti fanno fermare in mezzo alla strada. Sarà uno dei momenti più intimi del festival.
Knocked Loose
Hardcore del Kentucky spaccatimpani. Bryan Garris urla come se gli stessero strappando l’anima; i breakdown sono terremoti, le pause sono trappole. Dopo You Won’t Go Before You’re Supposed To non c’è discussione: buttati nel moshpit e prega qualunque sia la tua divinità. L’orario va segnato in agenda con la croce.
Geese
Brooklyn, ma con la testa piantata nel ventre degli stati del sud. Cameron Winter canta come un predicatore beatnik che ha bevuto troppo whiskey, sopra un rock teatrale e scivoloso che passa da Captain Beefheart a Bowie nel giro di una strofa. Dal vivo, i Geese sono una band che gioca col fuoco, e quasi sempre vince.
These New Puritans
Da Southend, ma il loro suono sembra nascere dentro una cattedrale immaginaria. Crooked Wings li ha confermati come uno dei progetti più ambiziosi del rock europeo: archi cinematografici, elettronica gelida, voce baritonale e severa. Live, costruiscono un’architettura sonora dove ogni nota è scolpita.
Blood Orange
Dev Hynes torna con Essex Honey e resta il principe di un soul fluttuante e malinconico, fatto di estetiche queer, R&B sospeso e racconti familiari. Sul palco è elegante e riservato, ma quando arriva il refrain giusto il pubblico risponde come a un funerale danzante. Romanticismo notturno, classe altissima.
Kneecap
Da quando con Fenian hanno trasformato un insulto secolare in inno di orgoglio, il trio di Belfast non si limita più al rap in gaelico: si sono aperti al trip-hop, alla jungle e ai beat industriali, mentre il fuoco politico – Palestina, Belfast considerata territorio occupato, traumi generazionali – non si è spento di un grado. Sul palco non lasciano vie di fuga: comizio, rave e festa irlandese nello stesso brano. Rivendicazione gioiosa che brucia.
Dieci live del Primavera Sound 2026 che sono chicche nascoste per chi cerca l’inaspettato
Agriculture
Lo chiamano “ecstatic black metal” e non è una boutade. Il quartetto di Los Angeles Agriculture prende blast beats, tremolo picking, sassofono e poesia di Dylan Thomas e li trasforma in un rito di gioia estatica, una specie di Deafheaven cresciuti leggendo Zen e ascoltando Arthur Russell. The Spiritual Sound è il loro momento più maturo. Imperdibile per chi vuole capire dove può ancora arrivare il metallo.
The New Eves
Quattro donne di Brighton, violoncello, violino, flauto, e un’autodefinizione meravigliosa: “Hagstone Rock”. Folk-punk teatrale che riscrive il peccato originale al femminile, da qualche parte tra i Velvet Underground e i Lankum. Live, fanno chant e poesia come se fossero in una radura di mezzanotte.
Mohammad Reza Mortazavi
Il maestro persiano del tombak e del daf (due tipici tamburi persiani), berlinese d’adozione, possiede quelle che la TV tedesca ha definito «le mani più veloci del mondo». Da solo, seduto su due tamburi, costruisce poliritmie che sembrano techno suonata da un’orchestra invisibile. Set ipnotico, da chiudere gli occhi e perdersi.
Matmos
La coppia di Baltimora più concettuale dell’elettronica sperimentale: Drew Daniel e M.C. Schmidt fanno dischi a partire dalle lavatrici, dalla pelle umana, dai rumori di una clinica per la chirurgia plastica. Sul palco trasformano l’oggetto trovato in danza. Cervellotici sì, ma anche divertentissimi.
Ninajirachi
Australiana, classe 1999, autodefinizione perfetta del suono: “girl EDM”. I Love My Computer è una lettera d’amore al PC e all’EDM dei primi anni 2010, tutto synth pop e drop irresponsabili. Hyperpop nostalgico per chi è cresciuto con un iPod nascosto a scuola e oggi vuole sfondarsi le scarpe in pista.
Die Spitz
Quattro ragazze di Austin, Texas, ventidue anni a testa, e un’idea molto chiara di cosa farsene. Si scambiano gli strumenti tra una canzone e l’altra, e mescolano grunge, thrash e punk con la disinvoltura di chi è cresciuta tra Black Sabbath e Veruca Salt. Sul palco creeranno un caos osceno, divertentissimo e politicamente arrabbiato.
Joan La Barbara
Una leggenda vivente. La pioniera della voce estesa che ha lavorato con Steve Reich, Philip Glass, John Cage e Morton Feldman è ancora qui, e l’urgenza è intatta. Vederla è entrare letteralmente in un capitolo della storia della musica del Novecento. Concerto da cenacolo: silenzio totale, attenzione massima.
Brìghde Chaimbeul
Dall’Isola di Skye, suona le small pipes scozzesi come se fossero un drone elettronico minimalista. Sunwise è uno dei dischi folk più audaci degli ultimi anni: cornamuse ipnotiche che incontrano l’ambient e il canto gaelico. Per chi ha amato i Lankum e cerca qualcosa di ancora più nudo, ancora più antico.
Berlioz
Il jazz-house britannico più virale degli ultimi due anni prende il nome non dal compositore romantico ma da un gattino degli Aristogatti, e fa sax campionati su ritmi di deep house. Open This Wall ha fatto di Jasper Attlee il musicista jazz più ascoltato del Regno Unito senza praticamente mai pronunciare la parola “jazz”. Sarebbe spettacolare se lo mettessero al tramonto, col sole che si corica sul mare, come aperitivo alla notte.
Lechuga Zafiro
Da Montevideo arriva una delle proposte più radicali in materia di club music decoloniale: Pablo de Vargas decostruisce il candombe afro-uruguayano e lo rimodella con baile funk, field recording e produzione futurista. Ballabile, cervellotico, profondamente latino-americano.