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“Famoso” di Sfera Ebbasta è veramente il disco dell’anno?

Esattamente dieci mesi fa Netflix presentava un documentario sul Fyre Festival dal titolo: Fyre – La più grande festa mai avvenuta. Per chi non ricordasse la vicenda, l’evento era stato presentato e venduto (ad un numero impressionante di persone) come un mix di party esclusivi, concerti ed after show con personalità del mondo dello spettacolo e top model di fama globale. Il tutto incorniciato dalla suggestiva location: un’isoletta delle Bahamas. In realtà, poi, una serie di contingenze trasformarono questo enorme circo di influencer in una delle truffe più fraudolente della storia.

Famoso di Sfera Ebbasta non è certamente una truffa, ci mancherebbe. Ma l’impressione, ascoltando quello che è stato definito già prima dell’uscita l’album dell’anno, è che i professionisti che gravitano attorno all’ecosistema, ma in generale tutti gli addetti ai lavori che hanno contribuito alla genesi di questo progetto, abbiano venduto Famoso prima ancora che venisse scritto e prodotto. Lo si evince dal docufilm promosso nelle scorse settimane su Amazon Prime Video che, di fatto, è un lungo dietro le quinte, sulla falsa riga di quelli che escono in occasione degli anniversari degli album che hanno segnato la storia. Ora: ad onor del vero non sappiamo dire con certezza scientifica che Famoso non possa diventare il prossimo (What’s the Story) Morning Glory?, ma possiamo asserire invece con assoluta veridicità che, ad oggi, non lo sia.

Non lo è, innanzitutto, perché non porta innovazione nè se parliamo di sound nè se parliamo di linee melodiche o tematiche affrontate. Non lo è anche perché raccoglie mondi musicali trendy e diversificati dal reggaeton all’elettronica, dal rap più ruvido alla trap più morbida, fino al pop senza tuttavia riuscire ad aggiungere qualcosa alla sua musica. Discorso molto diverso se invece torniamo a Rockstar, pubblicato nel 2018, che pur non essendo il lavoro migliore del trapper, aveva delle vibes e portava in scena delle scelte che si sono rivelate uno spartiacque, un punto di rottura per la musica italiana di genere.

I brani in cui spiccano i featuring con le superstar straniere suonano molto sconnessi e poco personali. Sembra quasi che Gionata abbia subito il peso della responsabilità di duettare con Future, J Balvin, Diplo, Lil Mosey, 7ARI, Steve Aoki e Offset. Discorso diverso per Tik Tok, brano con Gué Pequeno e Marracash in cui Sfera non si fa del tutto fagocitare dai colleghi. Il brano è interessante e molto fruibile, non annoia e si rinnova di barra in barra. Arriviamo ai brani più rilevanti dell’album: 6AM (“Sono le sei di mattina, il telefono vibra/Hotel cinque stelle, ma non è casa mia/La tipa che ho a fianco, no, non è la mia tipa/Ma a quest’ora manco posso dirle vai via”, canta) sembra uscito da Rockstar, suona, funziona, mette il boost all’album e ha tutte le carte in regola per conquistare i palinsesti delle maggiori radio italiane.

Poi si passa ai due antipodi del disco: molto ben riusciti e funzionali, in modo diverso. Bottiglie Privè è un esperimento musicale riuscito, più profondo e ricercato della maggior parte dei precedenti. Le liriche sono in grado di narrare la parte più intima di Sfera limitando al massimo le contaminazioni del linguaggio e dei temi della trap (sesso, droghe, denaro) che ormai non fanno tanto scalpore se accostati ad un artista del suo calibro nè aiutano a potenziare lo storytelling del ragazzo partito dal basso e arrivato in orbita. $€ Freestyle, accolta positivamente anche dal popolo del web, che dopo poche ore la faceva esordire in quinta posizione tra le tendenze di YouTube, (20esima nel momento in cui scrivo, scavalcata anche da alcuni brani di Famoso) è una profonda dimostrazione di quanto Sfera sia bravo ma non si applichi nella disciplina del rap più tecnico e meno frivolo. Ovviamente questo ha conseguenze sia positive che negative. In artisti più underground può portare buoni risultati (ad esempio Allenamento #2 di Capo Plaza è uno dei suoi brani più conosciuti) ma le dinamiche di un artista mainstream sono ben diverse.

Ora però è lecito chiedersi: è veramente necessario avere più marketing che musica, più cornice (per citare la cover dell’album) che contenuto? Conosco molto bene il mondo della comunicazione; lungi da me criticare quello che apparentemente risulta essere un lavoro di marketing eccellente, fin troppo. Piazze intitolate (solo momentaneamente, è giusto sottolinearlo per i leoni da tastiera) al trapper di Cinisello Balsamo, fughe di informazioni false sul featuring con Drake che non è mai esistito, sosia in Piazza del Duomo a Milano a fare le foto coi fan, la totale assenza dell’artista alle conferenze stampa, i billboard sui grattacieli di Times Square. Tutte strategie che contribuiscono a costruire un personaggio iconico ed inarrivabile, etereo e ultraterreno ma che, nel contempo, alimentano aspettative che rischiano di essere tradite.