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Un anno nella vita spericolata di Nikki Sixx dei Mötley Crüe

A quindici anni, ricordo che quando dalle casse del mio stereo usciva Search and Destroy di Iggy e gli Stooges la vivevo come un inno personale. Ho meditato su quel testo per decenni, portandomelo dietro come un mantra diabolico. Me lo sarei potuto tatuare sulle nocche, perché per un adolescente alienato come me non esistevano parole più vere di quelle. Alice Cooper era un altro dei miei idoli musicali. Come una specie di Nostradamus, lo zio Alice aveva predetto il futuro cantando Welcome to my Nightmare… o, per lo meno, il mio futuro. Ma l’incubo a cui si riferiva Alice era lo show business. Vi do il benvenuto nel mio incubo a occhi aperti, sperimentato sulla mia pelle ormai vent’anni fa; un incubo talmente orribile che ha finito per uccidermi. Ma so che non c’entrava solo la droga – un passato oscuro mi stava la caccia, e io, preda ignara, non riuscivo ad alleviare il dolore nemmeno con le più letali combinazioni di sostanze stupefacenti. Credo che se si potessero fondere quelle due canzoni il risultato sarebbe la colonna sonora della mia adolescenza. A Natale del 1986 ero membro di una delle più grandi rock band del pianeta. Ero anche un alcolizzato dipendente da cocaina ed eroina, e stavo scivolando in una spirale depressiva costellata di pasticche.

Musicalmente, ho sempre visto i Mötley Crüe come un incrocio violento di rock, punk, glam e pop condito con buone dosi di ironia, rabbia e divertimento, amore e odio, felicità e tristezza. Naturalmente, a seconda della ricetta, c’era sempre anche una quantità maggiore o minore di sesso. Voglio dire, cos’è il rock & roll se non sensuale? Volgare? Sì, spesso. Maschilista? Sempre. Abbiamo infilato tutti gli ingredienti nel frullatore e ne è venuto fuori un cocktail davvero letale. The Heroin Diaries inizia il giorno di Natale del 1986, una data di sicuro poco memorabile. Ero un tossico ormai da un bel po’, e lo sarei stato ancora per molto. Ma forse quel giorno ho aperto gli occhi per la prima volta sulla mia situazione. C’è un qualcosa nel passare il Natale da soli, nudi, seduti sotto l’albero addobbato e serrando tra le mani un fucile a pompa in grado di farti intuire quanto la tua vita stia schizzando pericolosamente fuori controllo. Negli anni la gente ha cercato di indorare la pillola dicendo che, forse, era stato il far parte dei Mötley Crüe a innescare il processo che mi aveva trasformato in un tossico… ma non credo. Quel colpo di genio fu tutta farina del mio sacco. Anche da bambino non ero mai stato propenso a schivare i colpi. Ero sempre il primo a prenderseli in mezzo agli occhi. Avevo la testa dura, ero determinato e cercavo sempre di cacciarmi nei guai solo perché amavo il caos, la confusione e la ribellione – le stesse caratteristiche che mi resero famoso, nel bene e nel male.

Ma l’alcol, gli acidi e la cocaina furono soltanto scappatelle. Quando scoprii l’eroina, fu vero amore. Dopo aver fatto il botto, i Mötley Crüe mi fruttavano molti più soldi di quanti ne riuscissi a spendere. Quindi, ovviamente, iniziai a investirli nella sola cosa di cui mi fregasse: la droga. Prima di mettere su la band vivevo solo per la musica: dopo, iniziai a vivere per la droga. Ok, forse i Mötley mi hanno fornito le risorse per diventare un tossico, ma sapete una cosa? Credo che avrei comunque trovato un modo. C’era sempre qualcosa che mi guidava anche quando non mi rendevo conto di dove stessi andando. Molto prima di conoscere Tommy Lee, Vince Neil e Mick Mars sapevo già che saremmo diventati i Mötley Crüe. Sapevo come ci saremmo vestiti, cosa avremmo suonato e come ci saremmo comportati (dannatamente male, ovvio!). I Mötley Crüe sono sempre stati musica e donne… musica e droga… e musica e violenza. Volevamo essere la più grande, sporca e rumorosa rock band del pianeta. Capimmo di essere sulla strada giusta quando, a Los Angeles nel 1983, ci trasportarono in elicottero verso il palco sul quale avremmo dovuto suonare sorvolando le teste di 300.000 metallari scalmanati; la nostra unica preoccupazione era che non saremmo stati gli headliner. Una mera questione di tempo. Lanciati a folle velocità sulla nostra personale autostrada per l’inferno, eravamo decisi a distruggere qualsiasi cosa si fosse parata a sbarrarci la strada. Ci avreste potuti trovare seguendo la scia di sesso, droga e rock & roll che ci lasciavamo dietro. Alla fine del tour di Theatre of Pain, nel 1986, ero in dirittura d’arrivo per diventare un tossico a tutti gli effetti.

La cosa più assurda è che mentre lentamente mi distruggevo, a casa o in tour, scribacchiavo i miei pensieri su agende rappezzate o ritagli di carta qualsiasi. Credo che, nella mia mente comatosa e rosicchiata dalla droga, quel diario fosse l’unica persona che mi capiva. Mentre scrivo queste righe, i Mötley Crüe sono tornati e hanno ricominciato a suonare per il mondo. Cazzo se mi piace, e in un certo senso la vita nella band è folle come sempre. Gli ampli sono ancora sparati a mille, e anche noi. Amo ancora suonare rock & roll. Anzi, posso tranquillamente dire che mi fa sballare. Mi sento fortunato ad essere ancora in giro a fare quel che amo più di ogni altra cosa, e il fatto che continuiamo a farlo secondo le nostre regole è fottutamente gratificante. La differenza è che, nonostante la scarica di adrenalina, non scendo più dal palco con l’intenzione di lanciarmi in una missione suicida da drogato cercando di sballare ancora di più. Adesso la musica e i fan mi bastano. Proprio come dev’essere.

Tratto dall’edizione aggiornata degli Heroin Diaries di Nikki Sixx: libro cult e capolavoro di poesia e grafica, dal 17 marzo disponibile anche in Italia.