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“Nomadland” è il ritratto di un’America in cerca di valori

Gli eschimesi hanno decine di parole diverse per descrivere la neve; ricordo di averlo letto tempo fa e la cosa mi incuriosì. Non tanto per il fatto che un popolo potesse avere così tanti termini a disposizione per ciò che io ero in grado di chiamare in solo modo, quanto piuttosto per la capacità di capire quanto diversamente le persone guardino il mondo attraverso il loro linguaggio. Può sembrare un concetto astruso e lontano da comprendere, forse perché certi aspetti della nostra lingua natia vengono dati per scontati, ma è la semantica stessa a darci prova di quanto questo sia vero. Penso a cosa voglia dire “casa” per me; casa sono i mattoni e le tegole sopra la mia testa, è l’appartamento al secondo piano dove vivo ed è quel calore della famiglia dalla quale ritorno ogni giorno. Una sola parola per descrivere e contestualizzare diversi concetti. In inglese invece è diverso e la sfera verbale si divide in due: l’abitazione, “home” e il focolaio, “house”.

Sembrava così difficile da capire quando lo si studiava a scuola, eppure crescendo è diventato man mano più chiaro: la mia casa può non essere casa mia e casa mia non è necessariamente la mia casa. Concetto abbastanza assurdo da comprendere a primo acchito, eppure in inglese la scissione delle parole rende il tutto molto più chiaro: my home may not necessarily be my house and viceversa. Credo che Nomadland di Chloé Zhao parli di questo, di un impercettibile discorso di sfumature nelle parole. Città che non sono più città perché senza abitanti, case che non sono case perché tra quelle mura non c’è più il calore del proprio affetto e viaggi che non sono viaggi perché senza meta o scopo, se non quello di muoversi. Perché al contrario delle sabbie mobili, dove il movimento ti trascina giù più velocemente, nella vita ogni impercettibile scossa che dai verso l’alto ti permette di risalire.

Nomadland è la storia di una donna che di fronte alle avversità fa proprio questo e che trova la propria casa in sé stessa, in un furgone mal ridotto e nella strada, in un viaggio on the road che si muove con le stagioni e che si ferma momentaneamente la notte davanti a minimarket a posteggio libero. Perché Fern (un’azzeccatissima Frances McDormand) non è una senzatetto; un luogo dove restare lo avrebbe ma dopo averlo assaporato un po’ sceglie di non sceglierlo per non perderlo di nuovo. La strada non è più il simbolo di sogno americano che punta e porta a qualcosa, ma solo la linea divisoria tra individuo e natura, in un ritratto americano spoglio della speranza in fondo al vaso. Persino il paesaggio, quando offre pittoresche immagini poetiche, lo fa quasi a mo’ di consolazione per compensare una vita che non è stata forse del tutto giusta. 

Cecilia Fefè
Autore

Le mie passioni: lettura, cinema, teatro e fotografia. Le cose in cui sono brava: cantare, scrivere, disegnare e cucinare. Le cose in cui sono completamente negata: scrivere autobiografie discorsive.