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Con “Skinty Fia” i Fontaines D.C. hanno reso il post-punk mainstream

Per una carriera duratura ed in continua ascesa, il talento è condizione necessaria ma non sufficiente. Lo sa bene Johnny Fontaine, figlio della Little Italy newyorkése di inizio Novecento. Il canto e la naturale propensione per la musica non gli furono sufficienti per un avanzamento di carriera; fu in quel caso, infatti, necessario e, se così vogliamo dire, di buon auspicio, un generoso aiuto da tale Vito Corleone, suo Padrino. Se nel 2022, al posto della cinematografica mafia siciliana, la mano invisibile dietro il talento fosse una città, Dublin City (D.C.) con tanto di reference al Padrino di Francis Ford Coppola (Fontaine) otterremmo la vera rivelazione degli ultimi tre anni nel panorama musicale internazionale, quello di un certo livello. Cinque ragazzi, tre irlandesi di nascita, uno spagnolo e un ibrido tra madre inglese e padre irlandese, trapiantato fin dai primi anni di vita a Dublino. I Fontaines D.C. rappresentano una miscellanea di culture con base comune che grida irishness da ogni nota, dal 2019 ad oggi.

L’esordio di incredibile successo (Dogrel), fu un genuino scorrere di undici tracce contraddistinte da quell’entusiastica urgenza di una filastrocca post punk; a seguire, A Hero’s Death con una rassegnata intro “I don’t belong to anyone”, aprì la strada ad atmosfere più cupe, riflessive e plumbee: portò il cielo irlandese lontano dalla sua terra, in un lungo tour, che ha avvicinato inevitabilmente il nome della band all’Inghilterra dell’Hacienda, dei Joy Division e, poco più in là con gli anni, degli Smiths. Stavolta Grian Chatten, frontman della band, sembra voler sviscerare qualcosa di ben più profondo, implicito ed intimo, alla scoperta di un ampio spettro di sfumature umorali che affondano le radici in un disagio comune e di vecchia data. Skinty Fia (imprecazione irlandese che letteralmente sta per che sia dannato il cervo) è l’inevitabile mutazione insita in ognuno di noi, una diaspora rappresentata proprio da quel cervo irlandese ormai estinto e resuscitato nella cover e nel nome dell’album. L’espressione che titola l’ultimo della prole musicale dei Fontaines D.C. è, infatti, una dannazione che si ripercuote sul vissuto di un irlandese espatriato, sulla difficoltà delle relazioni umane che si intersecano a quella foriera di ben più profonde sofferenze, quella con la propria terra, generando un pericoloso vortice di compromessi, dipendenze e sensi di colpa. Skinty Fia è un rito di espiazione laica di 45 minuti circa a lume di candela, che sembra avere inizio proprio in una vecchia chiesa, intonando in gaelico il pezzo di apertura: In ár gCroíthe go deo (in italiano Per sempre nei nostri cuori) è una chiara denuncia alla persistente diffidenza verso gli irlandesi in terra anglofona.

Anche l’amore, che sia verso l’Irlanda o una donna, è declinato, nel corso del rito musicale, nelle sue più cupe sfumature, (quelle di How Cold Is Love e I Love You): un sentimento contrastante che dà e toglie, lontano da ogni romantico cliché, raccontato dalla voce di Grian, la stessa che su due accordi di fisarmonica, evoca con incredibile capacità narrativa, una storia d’amore di cui è spettatore (The Couple Across the Way). Stavolta i Fontaines D.C. seguono come allievi modello i predecessori, prendono appunti sparsi, ne rielaborano i contenuti, senza mai nasconderne i maestri. E così, la voce baritonale sembra rendere grazie alle lezioni di Ian Curtis, quella più sfrontata tributa gli early Oasis, i riverberi e le chitarre sparse citano l’altro Ian, quello di I Wanna Be Adored, mentre in più echi sonori Chatten incontra i CureNirvana (su tutte I Love You) e Sonic Youth. Un passato, musicale e di vita, che ritorna ciclicamente. Non c’è lontananza, rito o addio che tenga: Dublino è e continuerà ad essere la mano invisibile dietro la continua ascesa di una band che molto probabilmente decreterà i Fontaines D.C. come primo caso di mainstream di qualità.