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Tommaso Paradiso con “Space Cowboy” ha trovato il suo centro di gravità

Se siete qui per leggere una recensione dettagliata su scaletta, siparietti e analisi musicali dello show portato in scena ieri notte a Roma da Paradiso e soci, ahimè, non siete nel posto giusto. Dopo anni di ascolti di Thegiornalisti e Tommaso Paradiso, dopo aver calcato palchi di provincia, club, palazzetti e infine il Circo Massimo per cantare i brani della mia adolescenza, non ho più molta voglia di parlare di arrangiamenti o performance canore. Trovo invece più interessante provare a capire cosa Paradiso sia diventato e se quella che per molti è una involuzione – certificata sì da alcuni dati meramente numerici, ma non da punti di vista di altra natura – sia effettivamente un downgrade oppure una fisiologica evoluzione artistica e umana. Alla base di questa piramide di carte c’è un quesito importante: cosa è cambiato veramente in questo artista? Le risposte sono molteplici, ovviamente. In primo luogo oggi Tommaso è un artista solista che si avvicina più ad un cantautore della scuola romana. Prima era il frontman di una band che mescolava il dream pop al rock alternativo, arrivando a qualcosa che, facendo un paragone improponibile che spero non scateni le vostre dita infuocate sulla tastiera, potremmo vagamente avvicinare ai Cure più melodici. E poi cambia, come per tutti noi, l’età. Oggi Paradiso ha sicuramente priorità diverse di quelle di allora, e questo non può che essere un bene, perché il cambiamento ci rende vivi.

Oggi pensiamo al Paradiso solista come ad una popstar venduta alle lobby dello show business, sempre pronto a sfornare la hit radiofonica da ascoltare in filodiffusione all’Aquafan, ma è davvero così? A prescindere dal peso specifico delle prime o delle seconde (anch’io preferisco i brani di Fuoricampo a quelli di Space Cowboy) ma siamo veramente sicuri che Io non esisto, Il tuo maglione mio oppure La fine dell’estate siano brani meno pop di Lupin, Magari no o È solo domenica? Già mi immagino i pensieri più jihadisti che vi stanno vagando in testa: “Eh ma i tormentoni?”. Risposta: i tormentoni sono più frequenti nell’ultima fase della band – peraltro quella di maggior successo – che nella fase solista. È vero, Ricordami è forse il brano più debole mai pubblicato da Paradiso (peraltro discutibile la scelta di chiuderci il concerto), ma è ancor più vero che Pamplona e Riccione, come anche Maradona y Pelé e Felicità puttana sono firmati Thegiornalisti, quegli stessi Thegiornalisti che improvvisamente sembrano diventati i Beatles, solo per stigmatizzare il gap con il Paradiso di oggi. Quando in una serata come quella di ieri mancano all’appello brani come Proteggi questo tuo ragazzo ma i tormentoni ci sono rigorosamente tutti, il naso lo storci, certo. Ma è evidente che la risposta del pubblico è netta.

Durante quei brani lì la folla si anima, si infiamma, balla e salta. Pare quasi che il volume degli strumenti si alzi, che la location si trasformi da teatro in balera. A meno che tu non sia Thom Yorke (che spesso non esegue Creep) o Kurt Cobain (che raramente metteva in scaletta Smells Like Teen Spirit), è chiaro che non hai chance. Se non altro perché se a Yorke e Cobain quei brani hanno sempre fatto un po’ ribrezzo, a Paradiso Riccione dà l’idea di piacere da morire, tanto da averla introdotta con un breve monologo in cui attacca chi ha da sempre odiato questo brano. Parla dunque anche di me, ma questo è indifferente. Personalmente trovo assurdo che un artista debba dare giustificazioni alla stampa per ciò che ha scritto. Nessuno ci obbliga ad ascoltare in cuffia Riccione. Discorso diverso se ci troviamo agli stabilimenti balneari, ma la SIAE di certi brani ti innalza il tenore di vita e non credo ci si possa indignare per questo. Il punto a cui voglio arrivare, comunque, è un altro: i brani di Space Cowboy sono i meno patinati dell’intera discografia post Vecchio. E durante un live come quello di ieri sera questo è molto evidente. La maggior parte delle performance sono chitarra acustica, basso e batteria, con qualche bel solo di chitarra mentre i synth sono spesso sostituiti dal suono di pianoforte. Ecco che allora si crea il grande dilemma: perché Tommaso porta in scena uno show “caciarone” proprio durante la promozione di un disco dalla veste più cantautorale? E perché proprio in una venue nobile come il teatro (per quanto frutto di un cambio di programma)?

Qualcosa stride, i conti non tornano, le contraddizioni coesistono, verrebbe da pensare. Ma la risposta è molto più semplice di quel che si possa immaginare: Tommaso Paradiso, con una band o senza, davanti ai fan della prima ora o davanti alle teenager, in un teatro o in uno stadio, fa solo quello che gli pare, portando sul palco la sua passione per il cinema e per la prima squadra della Capitale (chi c’era sa), la sua voglia di fare festa con gli amici (presenti ieri sera Edoardo Ferrario, Frank Matano e Alessandro Borghi) ma allo stesso tempo continuando a mitizzare – e come dargli torto – il cantautorato di Venditti e Dalla. Essere artisti, specie in un’epoca di cloni, dovrebbe essere proprio questo. E se per averlo c’è da accettare un po’ di salsedine in alcuni passaggi dello show, beh ce ne faremo una ragione. Lunga vita a chi non vuole la carriera di qualcun altro. Lunga vita a chi non ha paura di pagarne le conseguenze. Lunga vita a Tommaso Paradiso: goffo, appagato e a tratti approssimativo. Ma puro fino al midollo. Nel suo centro di gravità, rigorosamente non permanente.