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Tutti gli album di Kendrick Lamar dal peggiore al migliore

Quando esce un disco di Kendrick Lamar, non è mai una settimana come le altre. Non lo è per il mercato musicale mondiale, che viene monopolizzato dalla combinazione dirompente di metriche, concetti e racconti che l’artista di Compton porta in ogni sua opera. Non lo è per la cultura hip hop che ogni volta si arricchisce. Nell’attesa di assorbire e contestualizzare appieno il lungo, denso, contraddittorio ed emozionante nuovo disco Mr. Morale & The Big Steppers, ripercorriamo le tappe fondamentali che hanno portato un ragazzo di Compton da una potenziale vita ai margini della società fino a vincere il Pulitzer e diventare uno dei rapper più influenti della Storia.

5. Section.80

L’esordio. Il debutto ufficiale di un Kendrick ventiquattrenne, giovane ma già maturo abbastanza da far trasparire una consapevolezza precoce del nichilismo che circonda la sua generazione e delle contraddizioni che pervadono la società che lo circonda. Nonostante un’evidente acerbità rispetto ai valori successivi, già in questo primo lavoro Lamar dimostra delle doti di storyteller notevoli (A.D.H.D. e Keisha’s Song sono indicative in tal senso) e una riconoscibilità sul beat indubbiamente unica.

4. Mr. Morale & The Big Steppers

Andare oltre. Il ritorno di Kendrick sul mercato ben 1855 giorni dopo l’ultimo disco, come lui stesso specifica nell’incipit della traccia d’apertura United in Grief, coincide con quello che può tranquillamente essere considerato il suo disco più introspettivo e personale. È indubbio che sia ancora troppo presto per aver assorbito appieno tutti gli input che Mr. Morale & The Big Steppers fornisce nelle sue tante stratificazioni tematiche e sonore, ma è indubbio che tracce come We Cry Together e Auntie Diaries, anche solo per il modo in cui sono concepite, si candidano fin da subito a diventare classici della sua già rinomata discografia. L’area in cui questo nuovo progetto sembra peccare rispetto agli altri è l’immediatezza: non sembrano esserci singoli che spiccano e non sembra essere un disco che si presta ad essere adattibile a tante situazioni di ascolto. Ciò non implica assolutamente che non si tratti di un autentico capolavoro o che il tempo non contraddirà quanto scritto sopra, ma per il momento, è difficile scalzare uno degli altri tre.

3. DAMN

La conferma. Dopo To Pimp a Butterfly e tutte le implicazioni sociali e politiche che ne sono conseguite, il quarto disco di Kendrick Lamar sembra essere la cosa più simile a un disco hip hop classic della West Coast. Quattordici tracce prodotte in maniera egregia e all’apparenza sconnesse tra di loro da un punto di vista concettuale, e un K.dot che fa quello che gli riesce meglio: rappare. Dai banger HUMBLE e DNA, alla strana collaborazione con gli U2 XXX, passando per episodi più intimi come FEAR e LOYALTY insieme a Rihanna, DAMN è indubbiamente il prodotto più mainstream del rapper di Compton, che ha meritatamente sbancato le classifiche per anni, ma a cui più che negli album precedenti sembrano mancare le implicazioni sociali e politiche che ne caratterizzano la produzione e in cui sembra mancare un filo conduttore tematico. Se per qualsiasi altro rapper un progetto come DAMN rappresenterebbe l’apice della carriera, quindi, per Kendrick è solamente un grandissimo disco.

2. To Pimp a Butterfly

Alzare l’asticella. Dopo il successo ottenuto con Good Kid, m.A.A.d city e qualche anno trascorso consolidando la propria ascesa attraverso collaborazioni con diversi big del mercato musicale (Eminem, Tame Impala, Mayer Hawthorne, giusto per citarne alcuni), Lamar torna con uno dei dischi più ambiziosi e influenti degli ultimi anni. Sia nelle scelte sonore che nelle tematiche trattate, infatti, To Pimp a Butterfly, riesce a mettere al centro dell’attenzione politica e società, mettendo in risalto la marginalizzazione della comunità nera d’America in maniera mai scontata e estremamente tagliente. Dalla suggestiva copertina che mostra una folla di ragazzi afroamericani di fronte alla Casa Bianca, a un tappeto musicale chiaramente influenzato black music, con la funkadelia di Wesley’s Theory (che include anche un contributo di Bill Clinton), il jazz di The Blacker The Berry, lo spoken word di For Free?, To Pimp a Butterfly erge Kendrick Lamar a qualcosa di più di un rapper, e i complimenti di Barack Obama sono indubbiamente indicativi da questo punto di vista.

1. Good Kid, M.A.A.D City

La consacrazione. Ci sono artisti la cui discografia è così variegata ma stratificata e curata in ogni minimo dettaglio che nel decretare un progetto migliore di altri è davvero difficile adottare criteri che minimizzino la soggettività che è comunque alla base del modo in cui interagiamo con la musica. Good Kid, M.A.A.D City, tuttavia, ha quell’aura di relazionalità che porta testi scritti oltre dieci anni fa a risultare più attuali che mai. Ogni strofa, ogni rima, ogni ritornello, ogni skit che apre o chiude un pezzo, contribuisce a un racconto di formazione di un individuo che sta ancora cercando il proprio posto all’interno di una società che troppo spesso si dimostra ostile. Dalle prime interazioni con alcol (Swimming Pools) e droghe (m.A.A.d city), a delusioni sentimentali (Sherane a.k.a. Master Splinter’s Daughter), da drammi famigliari (Sing About Me, I’m Dying of Thirst) alla forza perversa delle regole di strada (The Art of Peer Pressure), il disco riesce a essere maturo e straziante nelle sue tante stratificazioni. È un’opera totale e, che il lettore sia d’accordo o meno con la prima posizione in classifica, una pietra miliare della cultura hip-hop.