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Calcutta, “Relax” e la fine dell’epopea indie

Traccia dopo traccia, il fuoco di “Relax” di Calcutta, alimentato dall’hype, tende a scemare fino a lasciarci tutti lì, a scaldarci fino all’ultimo ma consapevoli che il miracolo non avrà atto

Era il novembre 2015. Quel ragazzo di Latina faceva una X nel cemento e con forza piantava una Excalibur nel mezzo della musica italiana, liberandoci dal Light Pop da Festivalbar – che fin lì aveva interpretato tutte le parti del film non fornendo contraddittorio. Edoardo, d’ora in poi Calcutta, presentava forse più a sé stesso che al mondo discografico una nuova proposta di musica pop, alla quale aveva dato il nome provocatorio di Mainstream. A questo pitch aziendale in cui l’offerta consisteva in una nuova grammatica musicale – che definire straniante per quel momento storico è, se possibile, persino poco – lui si presentò con una barba disordinata che sulle guance disegnava righe sovrapposte come bastoncini di shangai, una frangia post Jesse McCartney che faceva capolino da un’improbabile cappello, e una raccolta di piccole perle di battistiana memoria che avrebbero (chissà quanto consciamente) aperto un fascio di luce nel buio pece degli anni Dieci.

Si tornava a mettere la chiesa al centro del villaggio, insomma, e la forma canzone nuda e cruda riprendeva quei riflettori che si erano spostati altrove per almeno un lustro. Quel secondo disco segnava l’amplesso che ingravidò la scena indie, che in adolescenza si fece chiamare itpop, e che infine maturò in pop, conducendoci, con la partecipazione del fenomeno trap, a ciò che siamo oggi. Ma le cose ovviamente nel frattempo si sono evolute e la curva sul grafico si è sì genuflessa, tornando quasi al punto zero, ma con premesse nuove. E allora: Calcutta è stato una bolla, come gli nft e il bitcoin? E i dischi alla Contessa, con I pariolini di 18 anni e Wes Anderson sono tornati ad essere roba per camerette e piccoli locali di provincia? Questo è ciò che faticosamente ci siamo chiesti in questi anni e a cui abbiamo provato a rispondere (dato che Evergreen ci era parso un disco troppo stanco per fare una seconda rivoluzione copernicana). Alla mezzanotte e zero uno di oggi eravamo già pronti a giurare che Calcutta ci avrebbe salvato, di nuovo, con quell’intro intitolato Coro che è già una dichiarazione di intenti tutt’altro che casuale. Eppure, col cuore che metaforicamente piange, e lo farebbe sul serio se solo i cuori potessero piangere, la triste constatazione è che via via, traccia dopo traccia, il fuoco di Relax, alimentato da hype e lunghe attese, tende a scemare fino a lasciarci tutti lì, abbracciati al falò in spiaggia, a scaldarci fino all’ultimo ma consapevoli che il miracolo non avrà atto.

Eravamo in tantissimi ieri notte a custodire quel fuoco, e in certi momenti (Tutti e Preoccuparmi) la fiammella era anche ripartita. Ma è tutto troppo poco. Ci siamo guardati, ieri notte, attorno al falò, mentre qualcuno ubriaco guardava nostalgico il mare, ripensando con buona approssimazione alle serate con le fuori sede all’università ascoltando Le barche. Abbiamo intersecato le linee di sguardo e non ci siamo detti niente, ma nell’aria riecheggiava un “è tutto qui?” che però non abbiamo avuto il coraggio di portare alle labbra. E quando tutto era finito, come una tifoseria a cui hanno rubato un vessillo, ci siamo alzati nella spiaggia nera e ce ne siamo andati, colpevoli di non aver difeso il nostro fuoco, la nostra bandiera. E in mezzo a canti e cori e voci che dicevano “e allora dimmi che cosa mi manchi a fare?”, io – vi giuro – sono ritornato a casa e mi sono guardato un film. L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann.