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Billie, insegnaci come si fa

Billie Eilish e Finneas sono la parte più piccola ed inseparabile della materia. Sono l’atomo musicale, la testimonianza tangibile ed inequivocabile che nella loro musica c’è vita. E, finché c’è vita, c’è speranza

Calore algebrico, una intelligenza artificiale che dice “ti amo”, lo schema endecasillabo che governa la poesia: testa o cuore? Lucidità o passione? La storia dell’arte può essere riassunta in una manciata di “0” e di “1” che costruiscono una stringa binaria – partita da chissà dove e destinata a finire solo nel giorno dell’apocalisse. C’è sempre una prevalenza di tecnica o di anima. E poi ci sono le cosiddette eccezioni che confermano la regola: è il caso di certi dischi dei Beatles, di quasi tutto Jeff Buckley, di Beethoven e di Billie Eilish. Quest’ultimo caso è ovviamente quello che mettiamo sotto i riflettori in questo venerdì diciassette che di sfigato non ha proprio nulla. Tanto per cominciare, riallacciandomi a quanto detto sopra, me lo chiedo da sempre se alla fine ciò che fa la differenza in questo connubio sia la forma o la sostanza, come anche mi chiedo se sia Billie oppure Finneas a rappresentare l’una o l’altra cosa. Finisco per cambiare idea almeno quattro o cinque volte ad ogni listening, ed è per questo che oggi, dopo il terzo ascolto integrale di Hit Me Hard and Soft ho capito che non c’è niente da provare a decostruire, nulla da separare. Seppur la natura eterogenea della loro musica tenda a sembrarci un profumatissimo campo di agrumi innestati, la verità è che Billie Eilish e Finneas sono la parte più piccola ed inseparabile della materia. Sono l’atomo musicale.

Nessuno avrebbe il coraggio di alzare o abbassare la formante alla voce più bella dell’emisfero terraqueo, nessuno la affogherebbe di riverberi, nessuno la tratterebbe come una chitarra elettrica. Nessuno: tranne Finneas, che in questo disco, più che nel precedente, sale in cattedra e setta le nuove regole del gioco (come aveva fatto in quel lontano 2019 con When We All Fall Asleep, Where Do We Go?). Sarebbe ingiusto portare in superficie degli highlights di un disco così perfetto, senza momenti bassi, o deboli. Eppure, nella speranza che abbiate il desiderio di fruirlo per come è stato pensato e promosso (ossia come un tutt’uno, senza singoli anticipatori) mi accingo a fare qualche sottolineatura sui brani meglio costruiti. Prima però è necessario che sia quanto più esaustivo possibile in merito al tema dell’esperienza d’ascolto. Questo disco, come di fatto anche Happier Than Ever, ha un flusso che è importante mantenere intatto. Immaginate di avere venti canzoni, di montarle una sull’altra come a costruire un lungo filo multicolore composto da sezioni di lunghezza variabile e poi di ritagliarle secondo canoni randomici. Vi restano in mano dieci piccoli vermicelli pluricromi, in cui il blu oltremare della coda di uno potrebbe ritrovarsi nella testa del successivo.

Quasi ogni brano confluisce nell’altro, e quando non succede musicalmente, succede semanticamente. Fuor di metafora: in questo disco, però, non c’è proprio niente di randomico. Skinny è la opening track che mette le cose in chiaro. Una chitarra blues che armonicamente parlando ci riporta a tutti i marchi di fabbrica di Finneas (uno su tutti il passaggio maggiore-minore del medesimo accordo) e ci conduce poi agli archi cinematografici che ritroveremo più avanti. Spoiler: sono bellissimi. Dopo alcuni momenti funky che richiamano il suono rotondo del disco precedente, si arriva finalmente al rock di Wildflower che sicuramente raggiungerà gli apici emotivi nella versione live, che sarà possibile ammirare nel tour mondiale (il quale toccherà anche l’Italia). The Greatest, soffice e poi maestosa, inizialmente sembra quasi una demo rimasta fuori dal primo disco, poi arriva l’esplosione, con dei vocalizzi che per mezzo secondo mi riportano ai Pink Floyd di The Great Gig In The Sky, seppur ovviamente sia un flashback sonoro effimero che torna subito entro i suoi confini identitari. Perché Billie Eilish non vuole mai strafare, preferendo il sussurro alle grida – eppure queste note altissime e compatte colpiscono forte come un gancio di Iron Mike.

Si arriva al brano più bello del disco che, come per il suo predecessore, è la traccia conclusiva: si chiama Blue. Mai Billie Eilish nella discografia ufficiale aveva flirtato così profondamente con queste atmosfere epiche (di fatto era accaduto con No Time to Die in cui aveva messo mano un certo Hans Zimmer, che di archi ne sa qualcosa). Il brano si evolve di continuo e muta addirittura il timbro di Billie a cui viene abbassata la formante. C’è qualcosa di arabeggiante ad un certo punto, che se sai accoglierlo ti regala il torpore allo stomaco proprio dei grandi classici. E allora, solo allora, arriva il congedo di cui sopra, coi ritmi che diventano bradicardici per poi risalire lentamente. Siamo in un film, non saprei dire quale, ma c’è pace e tormento, spazi aperti bui e misteriosi. Forse siamo sott’acqua, forse in un non luogo, fatto sta che volgare ed elegiaco si incontrano e finiamo per ammirare la poesia della coabitazione di umanità e sovrumanità. Semplicemente Billie Eilish e Finneas: la testimonianza tangibile ed inequivocabile che c’è vita. E, finché c’è vita, c’è speranza.