Guillermo del Toro ha sempre avuto un debole per i mostri. Da Il labirinto del fauno a La forma dell’acqua, passando per Crimson Peak e persino il suo Pinocchio, le sue storie hanno sempre cercato di ribaltare lo sguardo: non è il diverso a essere mostruoso, ma chi non riesce a vederne l’umanità. Non sorprende allora che Del Toro inseguiva da anni il sogno di portare sullo schermo Frankenstein, tra le creature più iconiche della storia del cinema, nata dalla penna di Mary Shelley e subito entrata nell’immaginario collettivo con la leggendaria interpretazione di Boris Karloff negli anni Trenta. Dopo decine di adattamenti, dal gotico classico alle versioni pop e grottesche degli anni Settanta, passando per i tentativi più recenti, la creatura di Del Toro si impone come una delle più empatiche e struggenti mai viste.
Jacob Elordi presta corpo e volto a un mostro che non urla per spaventare ma per sopravvivere grazia alla sua imponenza fisica bilanciata da un dolore intimo per l’ingiustizia al quale il suo creatore l’ha condannato: la vita eterna. Intorno a lui si muovono Oscar Isaac come un Victor Frankenstein egoista e ossessivo, Mia Goth in una Elizabeth che risulta essere l’unico catalizzatore di vera umanità dell’opera, e il sempre mitico Christoph Waltz, con un personaggio che solo all’apparenza può sembrare secondario, ma che in realtà nasconde un forte significato morale. È un cast che non solo regge il peso di una storia così universale, ma lo amplifica, rendendo ogni scena un duello tra carne, coscienza e desiderio di redenzione.

Frankenstein è un’opera di respiro vasto, e al tempo stesso profondamente intima: l’arena gotica e barocca di Del Toro diventa un palcoscenico per riflettere sulla disumanizzazione, sull’illusoria promessa di eternità e sul dolore di chi viene creato per un desiderio che non ha messo lui al centro. In questa nuova incarnazione di Frankenstein, Del Toro continua la sua personale galleria di mostri feriti e incompiuti, dimostrando ancora una volta che il vero orrore non è nella Creatura, ma nell’incapacità di accettarla. È un film che abbraccia tutti, capace di commuovere e inquietare allo stesso tempo, una favola nera che trasforma la tragedia in poesia.