Ci sono ormai pochissimi registi al mondo capaci di trasformare ogni loro nuova opera in un autentico evento cinematografico globale. Christopher Nolan appartiene senza alcun dubbio a questa ristrettissima cerchia. Ogni suo film diventa argomento di discussione mesi, se non anni, prima dell’uscita in sala: trailer analizzati fotogramma per fotogramma, teorie, indiscrezioni, dibattiti e inevitabili polemiche accompagnano costantemente il percorso che porta alla distribuzione. Anche Odissea non ha fatto eccezione. Si è discusso della scelta di Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia, della presenza di Elliot Page e della sua vicenda personale, alimentando controversie che poco hanno a che vedere con il valore dell’opera. Polemiche sterili che, paradossalmente, rappresentano la miglior pubblicità possibile. Nolan lo sa bene: ogni discussione diventa benzina mediatica, contribuendo ad attirare verso il film anche chi, normalmente, il cinema d’autore non lo frequenta. Christopher Nolan è inoltre uno di quei registi che sembrano incapaci di mettere tutti d’accordo. Per gran parte del pubblico più giovane rappresenta il visionario per eccellenza, il cineasta capace di reinventare continuamente il blockbuster contemporaneo. Per una parte della critica più tradizionalista e per alcuni cinefili “di lungo corso”, invece, è soltanto un autore estremamente furbo, più interessato a stupire che a raccontare, abilissimo nel gettare fumo negli occhi attraverso costruzioni narrative elaborate e un apparato visivo imponente. Come spesso accade, la verità probabilmente sta nel mezzo.
Nolan possiede un talento fuori discussione nel costruire l’evento cinematografico e nel trasformare ogni sua opera in un’esperienza che va oltre il semplice spettacolo. Anche dal punto di vista tecnico continua a spingersi oltre: Odissea entrerà inevitabilmente nella storia per essere il primo lungometraggio realizzato interamente in IMAX 70 mm, un traguardo destinato a segnare un nuovo punto di riferimento. Proprio per questo motivo Odissea è oggi sulla bocca di tutti. Influencer, giornalisti e perfino esponenti del mondo politico hanno sentito il bisogno di dire la propria. Un fenomeno mediatico che racconta forse meglio di qualsiasi dato commerciale il peso assunto oggi dal cinema di Christopher Nolan. Liberamente tratto dal poema omerico, Odissea racconta il lungo e tormentato viaggio di ritorno di Ulisse verso Itaca dopo la caduta di Troia. Nolan rinuncia però a una narrazione lineare per costruire un mosaico temporale fatto di continui salti avanti e indietro, intrecciando memoria, presente e destino in un racconto che privilegia la dimensione interiore del protagonista rispetto alla semplice successione degli eventi. Il viaggio di Ulisse diventa così non soltanto un’avventura epica, ma anche una riflessione sull’identità, sul peso della guerra, sul senso della casa e sull’inesorabile trascorrere del tempo. Nel ruolo di Ulisse troviamo Matt Damon, Tom Holland è Telemaco, Anne Hathaway interpreta Penelope, Zendaya veste i panni di Atena, Samantha Morton è la maga Circe, Charlize Theron interpreta Calipso, Lupita Nyong’o interpreta Elena di Troia e Robert Pattinson è Antinoo. Un cast monumentale che conferma ancora una volta la capacità di Nolan di riunire alcuni dei più grandi nomi del cinema contemporaneo.

Tra tutti, però, è proprio Matt Damon a reggere il peso del film. Il suo Ulisse è credibile e si percepisce quanto l’attore creda nel progetto, ma personalmente la sua interpretazione mi ha lasciato un filo freddo. È un eroe stanco, segnato dagli anni e dalla guerra, una lettura sicuramente coerente con l’idea di Nolan, che però finisce per smorzare il trasporto emotivo del protagonista in alcuni dei passaggi più importanti del racconto. Veniamo quindi al film. Odissea è un’opera enorme, nel bene e nel male. Un film che nella sua ampollosità raggiunge spesso una magnificenza visiva quasi ipnotica, alternando immagini destinate a rimanere impresse nella memoria ad altre che evidenziano con forza alcuni limiti dell’autore. Il principale riguarda il montaggio. La parentesi dedicata a Polifemo porta chiaramente la firma stilistica di Nolan, ma il continuo susseguirsi di stacchi rende a tratti difficile seguire con chiarezza la geografia dell’azione. È una scelta autoriale precisa, certo, ma che finisce anche per sacrificare parte della forza narrativa. Più in generale tutto il primo atto, pur regalando scorci di straordinaria bellezza, appare spesso spezzettato da un ritmo eccessivamente frenetico che impedisce alle immagini di sedimentare nello spettatore. Tra le intuizioni più riuscite spicca la straordinaria sequenza del cavallo di Troia. Nolan costruisce l’attesa all’interno della struttura lignea con una tensione quasi insostenibile, richiamando inevitabilmente alla mente i soldati rinchiusi nelle imbarcazioni di Dunkirk. È una delle pagine più ispirate del film, nella quale il regista riesce a trasformare uno degli episodi più celebri della mitologia in una scena di suspense purissima.
Sorprende anche la deriva quasi horror che Nolan decide di intraprendere in alcuni passaggi del racconto. L’incontro di Ulisse nell’Ade è immerso in un’atmosfera cupa, spettrale e profondamente inquietante, capace di evocare immagini che sembrano appartenere più al cinema dell’orrore che all’epica classica. Ancora più efficace è la sequenza con la maga Circe, che trasforma i compagni di Ulisse in maiali in una scena di autentico body horror, disturbante e visivamente potentissima. È nel secondo atto che Odissea trova finalmente la propria dimensione più umana. Se nella prima parte Nolan sembra privilegiare la spettacolarità del viaggio e delle sue continue digressioni temporali, è con il ritorno di Ulisse a Itaca che il film rallenta e concede finalmente spazio ai propri personaggi. La scena di Argo, il cane che riconosce il padrone dopo anni di assenza, è un passaggio semplice ma toccante. Penelope, interpretata da Anne Hathaway, comunica quasi esclusivamente attraverso gli sguardi una sofferenza silenziosa fatta di attesa, speranza e rassegnazione. Tom Holland, nei panni di Telemaco, sorprende con quella che, probabilmente, è la miglior interpretazione della sua carriera: il suo è un personaggio tenace, impulsivo, fragile e profondamente umano. Anche Antinoo, interpretato da Robert Pattinson, trova in questa parte del film la sua definitiva consacrazione, imponendosi come un antagonista credibile e minaccioso, il più feroce tra i pretendenti al trono di Itaca. Nemmeno nel finale, tuttavia, il regista riesce a liberarsi di alcuni difetti che avevano caratterizzato la prima parte del racconto. La battaglia conclusiva, che avrebbe richiesto una costruzione più ampia e una dimensione realmente epica, viene invece raccontata con un montaggio ancora una volta estremamente veloce e frammentato. L’impressione è quella di assistere a uno scontro risolto con eccessiva fretta, narrativamente efficace ma privo della monumentalità che un’opera di questo calibro avrebbe meritato.

Eppure, tra pregi e difetti, Odissea accompagna lo spettatore fino ai titoli di coda lasciando la piacevole sensazione di aver assistito a un bel cinema d’intrattenimento. Non tutto funziona, alcune scelte dividono e altre convincono solo parzialmente, ma Nolan possiede ancora una volta una qualità rara: quella di tenere lo spettatore costantemente coinvolto. Ad accompagnare questo viaggio contribuisce in maniera determinante la splendida colonna sonora del maestro Ludwig Göransson, autore di una partitura solenne e coinvolgente che amplifica il senso dell’avventura senza mai sovrastare le immagini. Insomma, è sì opportuno ridimensionare l’entusiasmo con cui parte della critica e del pubblico ha già frettolosamente etichettato Odissea come un capolavoro (non lo è, almeno a giudizio di chi scrive), ma resta un film di Christopher Nolan: ambizioso, monumentale, irregolare e profondamente personale, un’opera che porta impressa la firma del suo autore in ogni singolo fotogramma. E forse è proprio questo il suo pregio più grande: dimostrare, ancora una volta, che Nolan resta uno dei pochissimi registi contemporanei capaci di trasformare ogni nuova uscita in un autentico evento cinematografico.