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“Il diavolo veste Prada 2”, un ritorno glamour ma confuso

“Il diavolo veste Prada 2” è la resa definitiva al culto del lavoro. Tra fanservice e revisionismo, Andy Sachs smette di fuggire e impara ad appartenere al sistema che un tempo voleva lasciare per sempre davvero

“I’m not a victim, I won’t be an HR nightmare, and I believe in capitalism”. Con queste parole, nella terza stagione di Euphoria, Maddy Perez conquista un posto di lavoro in un’agenzia di PR, corroborando l’assurda mitologia lavorista del “se vuoi puoi”. La parabola di Andy Sachs, nell’attesissimo sequel de Il diavolo veste Prada, ricalca bene o male la stessa retorica. Sacrificare tutto per il lavoro, rendersi disponibile ventiquattro ore su ventiauattro, sette giorni su sette, e mai lamentarsi sono regole che Andy, per sopravvivere all’interno di Runway, segue anche nel cult del 2006, ma se in quel caso il finale sembrava sconfessare questa filosofia, nel secondo capitolo dare tutto per il lavoro si afferma come morale vincente. Andy, che si presenta nel sequel come giornalista affermata, per tutta la durata del film non fa che rincorrere Miranda Priestley in modalità non troppo diverse da quelle di vent’anni prima, con la differenza che, ora, il diavolo viene dipinto in toni molto meno mefistofelici.

Complice il fanservice su cui l’intera operazione si basa, il personaggio di Miranda, ricalco di Anna Wintour, appare più come una specie di mascotte, un’adorabile canaglia con cui tutti alla fine empatizziamo. Il percorso di Andy, che nel primo capitolo lasciava Runway per seguire le proprie reali aspirazioni, diventa quindi un cammino a ritroso, che vede la protagonista identificarsi in un ruolo che, vent’anni prima, aveva rigettato. Per portare Runway e Miranda dalla parte del bene, la sceneggiatura ha la brillante idea di spostare il focus del film sulla crisi dell’editoria, nella quale non si fatica a riconoscere, in filigrana, la crisi del cinema ai tempi dei social e dell’AI. Salvare la testata, con dittatrice annessa, diventa quindi una missione culturale, che ha l’obiettivo di mantenere vivo il vero giornalismo in una realtà, quella di Runway, che non sembra più presentare le controindicazioni etiche sottolineate nel primo film. In un mondo caratterizzato da clickbait, microtrend e pubblicità costante, la linea Priestley, per la quale la moda è religione e il buongusto un’elite, diventa un caposaldo di rigore e dedizione all’industria culturale. Il personaggio di Nate, compagno di Andy nel film del 2006, viene rimosso insieme alla morale cenerentolesca che proponeva: se però, da un punto di vista di empowerment femminile, l’operazione è vincente, ci si dimentica che anche nel primo capitolo il coronamento romantico non sostituiva l’affermarsi nella carriera.

La presa di coscienza di Andy, infatti, non coincideva con un ritorno di fiamma, perché alla fine del film Nate usciva comunque dalla circolazione. Nel sequel, insieme al ragazzo scompare anche l’etica che la protagonista sposava, creando una contraddizione ideologica tra i due capitoli che è difficile ricucire. Il sequel, promesso campione d’incassi, non si può comunque definire un’operazione totalmente fallimentare: come nel primo capitolo, la bravura delle interpreti e il brio dei dialoghi fa sorvolare su un impianto narrativo difettoso, che sembra spesso un pretesto per lo sfoggio di costumi, borse griffate e interni di lusso. Il diavolo veste Prada 2, con le sempreverdi reminescenze di Sex And The City e un fiorire di camei ultraglamour, riesce a offrire un’esperienza divertente ai fan, tornando a raccontare, nel bene e nel male, la parabola di una donna che all’amore preferisce la carriera (e l’amicizia).