Search Menu
Search

“It’s Never Over – Jeff Buckley” è il giusto omaggio ad un grande artista

“It’s Never Over, Jeff Buckley” diretto dalla reigsta Amy Berg e coprodotto da Brad Pitt è la conferma che per costruire un buon omaggio ad un artista serve un grandissimo archivio

Jeff Buckley rimane con molta probabilità il più grande what-if della storia della musica leggera contemporanea. In molti potrebbero indicare con questo status anche Janis Joplin, Jim Morrison o Jimi Hendrix, ma in realtà questo trittico, pur facendo parte del tragico Club 27, prima del loro decesso aveva dato un contributo enorme ed influente con le proprie opere. Il trentenne, morto a Memphis nel 1997, aveva dato vita solamente ad un’opera, Grace, del 1994, che troverà ampio spazio in questo documentario con numerosi aneddoti e retroscena della sua genesi. Che poi questo sia considerato all’unanimità uno dei dischi più belli di sempre, beh, è sicuramente un dettaglio non trascurabile. It’s Never Over, Jeff Buckley, diretto dalla regista Amy Berg e coprodotto dalla Plan B di Brad Pitt, dipinge nei suoi circa cento minuti di durata il perfetto ritratto del cantautore statunitense che, dopo una lunghissima gavetta fatta anche di cover band dei più svariati generi, se ne esce in piena epoca grunge con il suo unico album, il già citato Grace. Non si è di fronte ad un biopic come quelli pubblicati negli ultimi anni, dove l’obiettivo è riabilitare o elogiare in maniera ancora maggiore il suo protagonista (citofonareBohemian Rhapsody per il secondo caso); questo è un vero e proprio documentario che mostra il vissuto di Jeff Buckley raccontato da sé stesso, dai suoi compagni di avventura musicali e dalle donne che lo hanno accompagnato nella sua vita, che si parli dell’affezionata madre Mary Guilbert o di Rebecca Moore e Joan Wasser, compagne di vita nel corso degli anni Novanta.

Il ritratto che emerge di Jeff Buckley è quello del bravo ragazzo vicino di casa, persona che prova stima per il sesso femminile (ammirazione tangibile anche da alcune sue linee vocali) e vero e proprio onnivoro della musica, capace di passare da Nina Simone ai Bad Brains, passando per i suoi idoli Led Zeppelin in un battito di ciglio. Il suo essere un fan immenso della band di Robert Plant e Jimmy Page emerge in un racconto, corredato da foto e filmati d’epoca, narrato nel minimo dettaglio da Ben Harper avvenuto in un festival francese del 1994 nel quale Buckley ha suonato insieme, oltre ad Harper, al duo inglese, al tempo in tour insieme. Un vero e proprio nerd delle sette note, attitudine che viene raccontata anche nell’incontro casuale con il cantante pakistano Nusrat Fateh Ali Khan. Quella di Buckley è però stata un’anima tormentata, fortemente legata spiritualmente ad un padre conosciuto appena. Una ferita con la quale sembrava essersi riconciliato nel 1991, quando in una serata in suo tributo si esibì con alcuni brani: ironia della sorte, fu proprio quell’occasione a lanciare la sua breve e fulminante carriera. Una connessione, intesa anche con lo spettro della giovane morte del suo genitore, che lo ha accompagnato soprattutto nella parte finale della sua carriera, quando il peso della fama sembrava che gli facesse fare “la fine di suo padre”, sensazione che traspare con nitidezza dal suo ultimo messaggio in segreteria, poche ore prima del suo tragico decesso. Questa parentesi fa capire che il protagonista è Jeff Buckley come persona, ben più che il Jeff Buckley come musicista.

E se i segmenti musicali ottimamente restaurati, anche con alcune integrazioni video che aggiungono un tocco emozionale, valgono la pena di essere visti o rivisti, i veri protagonisti sono i racconti della vita che, come detto prima, arrivano dagli amici ma anche da lui stesso: l’opera si basa infatti su numeroso materiale d’epoca che mostra in maniera vera ed autentica la vita del cantante delle tre patrie. Sì, perché Buckley ha vissuto in California, New York e Memphis nel corso della sua vita, con la terza città che venne scelta come base per il suo secondo album e che, in quella maniera tragica nota a tutti, sarà poi anche la sede del suo decesso. It’s Never Over, Jeff Buckley è la conferma che per costruire un buon omaggio ad un artista serve un grandissimo archivio. La grande fortuna di questo documentario è l’accesso concesso da Mary Guilbert al suo archivio sterminato; in un’epoca come quella degli anni Ottanta e Novanta, lontana dalla facilità dell’archiviazione del cloud, trovarsi di fronte ad una mole così importante di materiale audio, video e fotografico e di qualità altissima, al netto delle restaurazioni, dimostra la voglia di conservare ricordi del musicista statunitense. Senza questa raccolta di materiale, infatti, avremmo avuto il rischio di un biopic ben confezionato ma asettico, con un attore scelto dal board di una casa di produzione. Invece ci troviamo un qualcosa di didascalico, cronologicamente coerente, con passaggi costruiti per la lacrima facile ma, nel complesso, fortemente autentico.